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Wilton Daniel Gregory non è un alto ecclesiastico qualunque: l’arcivescovo di Washington è apertamente schierato dal lato del Partito Democratico. Questo è vero almeno in relazione alle imminenti elezioni presidenziali statunitensi. Quelle in cui si affronteranno il candidato dei Repubblicani Donald Trump e quello dei Democratici Joe Biden. Papa Francesco, in un certo senso, ha optato per una mossa politica o comunque per una scelta che può influire, in termini di messaggio indirizzato agli elettori cattolici, all’interno di un quadro polarizzato come quello che distingue l’opinione pubblica americana: Gregory a breve diventerà un cardinale della Chiesa cattolica.

Molto di questa storia è iniziato quando il cardinal Raymond Leo Burke ha attaccato l’ex vice di Barack Obama, segnalando come le posizioni abortiste non possano garantire accesso all’eucaristia. In sintesi Biden, per il “fronte conservatore”, non dovrebbe poter accedere alla comunione. Gregory è tra i consacrati che non la pensano così. Anzi, l’arcivescovo di Washington, che è succeduto al dimissionario Donald Wuerl (progressista ed a sua volta successore di “Zio Ted”, lo scardinalato per abusi Theodore McCarrick), è un progressista a tutto tondo. Certo, il futuro cardinale non è l’unico consacrato a propendere per Biden, ma il suo ruolo – arcivescovo della diocesi che copre il territorio della capitale americana – è davvero rilevante tra le gerarchie ecclesiastiche statunitensi.

Un altro consacrato che si sta distinguendo per prossimità a Biden durante questa campagna elettorale è James Martin, gesuita e consultore per la segreteria per la Comunicazione della Santa Sede. Non si tratta tanto di sostenere il “campione” degli asinelli, quanto di invitare la base dei fedeli a non votare per Trump. La Chiesa cattolica americana, in buona sostanza, è divisa sul da farsi all’appuntamento elettorale. E Gregory è uno di quelli che non è incline a favorire una conferma di Donald Trump. Il combinato disposto tra la frase sull’apertura alle unioni civili e la nomina di Gregoy a porporato fa sì che anche papa Francesco, in qualche modo, possa essere collocato in vista delle elezioni del 4 novembre. Bergoglio – come ogni pontefice – non fa politica, ma le decisioni che un vescovo di Roma prende possono non essere neutrali. E questo della nomina di Gregory alla soglia delle presidenziali non è un’opzione priva di effetti.

L’arcivescovo Wilton Daniel Gregory è peraltro il primo cardinale afro-americano della storia degli Usa. E questo è un altro fattore da tenere in considerazione. Se non altro perché il tema delle minoranze è stato al centro dell’intera campagna elettorale e di tutta la durata del mandato di Trump. L’Ecclesia è sempre più spaccata al suo interno. Le elezioni americane costituiscono uno spartiacque anche per il peso delle gerarchie sulla base: nel caso in cui il presidente in carica dovesse essere confermato, per esempio, i porporati cattolici dimostrerebbero di avere un peso decisivo in terra americane. Se Trump dovesse sparire dal consesso politico, di rimando, i progressisti avrebbero allora strada libera per portare avanti la loro idea di mondo, con il multilateralismo, il “migrazionismo”, il favour alle istanze della comunità Lgbt e così via. La sensazione insomma è che la sfida del 4 novembre possa contribuire anche ad una “resa dei conti” anche tra le varie correnti dottrinali che animano il contesto ecclesiastico.

In gioco non c’è soltanto il destino della Casa Bianca, ma anche la capacità della Chiesa di contribuire a sviluppare il mondo secondo i criteri pastorali individuati in questo ultimo periodo. Non è un mistero che l’approccio di Trump sul tema dei migranti, per esempio, non sia lo stesso che viene predicato dalla finestra di piazza San Pietro. Come se non bastasse, c’è anche l’annoso tema del rapporto tra l’Occidente ed il “dragone”: il Vaticano ha da poco annunciato il rinnovo dell’accordo bilaterale per la nomina dei vescovi con la Cina. Poco prima che questo avvenisse, il segretario di Stato Usa Mike Pomepo aveva domandato alla Santa Sede di non contrarre quel patto, per evitare di perdere l'”autorità morale” sul mondo. Pompeo ha anche viaggiato in direzione di Roma, senza essere tuttavia ricevuto da papa Francesco.

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