L’Africa sarà interessata da un evento di ampia portata a livello mondiale: la visita apostolica di Papa Francesco, la quarta effettuata dal pontefice nel continente. Tutti e tre i Paesi toccati dal viaggio di Jorge Bergoglio costituiscono una destinazione per molti versi inedita, e oltremodo insolita. Ma l’importanza dell’itinerario -anche e soprattutto nell’ottica dei rapporti tra Vaticano e nazioni africane- resta chiara e indubbia.

Un mosaico confessionale

Il viaggio di Papa Francesco avrà come destinazione principale il Mozambico e il Madagascar, con una breve fermata nelle Mauritius prima del rientro in Vaticano. Si tratta della seconda visita che il Pontefice compie a sud del Sahara dopo quella del novembre 2015 in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana. Tutti e tre i Paesi che verranno toccati dal percorso papale hanno un quadro demografico e confessionale estremamente vario: soltanto in Mozambico i cristiani superano il 50% della popolazione totale, mentre in Madagascar si tratta del 41% degli abitanti, una percentuale all’incirca equivalente a quanti praticano religioni indigene. Per finire, la maggioranza dei mauriziani è indù (caso unico in Africa), con una forte presenza musulmana. La tappa nell’ex colonia portoghese è particolarmente attesa dall’opinione pubblica locale: il Paese, appena uscito dal lungo conflitto civile tra le milizie governative e i dissidenti della Renamo, resta in una situazione estremamente precaria. L’arrivo di Francesco potrebbe creare un senso di coesione nella popolazione, oltre a dare al pontefice la possibilità di fare un appello all’unità tra le parti, un utile strumento per il presidente Filipe Nyusi, da tempo in difficoltà nel gestire le tante crisi interne, non da ultimi i postumi del devastante ciclone Idai e la forte ribellione islamista da tempo in atto nel Nord del Paese.

Tematiche urgenti

Molti analisti ed esperti di affari vaticani ritengono che Francesco, oltre a concentrarsi sulla povertà e i problemi umanitari del continente (il viaggio includerà una visita presso un ospedale per malati di Aids), tratterà delle catastrofi ambientali che affliggono l’Africa, già soggetto dell’enciclica “Laudato si” del 2015. Negli ultimi tempi, oltre alla guerra -che infuriava ancora all’epoca dell’ultima visita papale (Giovanni Paolo II nel 1988)-, il Mozambico ha infatti perso circa 8 milioni di ettari di foresta, una superficie simile a quella del Portogallo: una parte della colpa è da ascrivere ai cicloni e ai fenomeni naturali, ma la colpa va imputata anche allo sfruttamento indiscriminato del legname locale compiuto dalle potenze straniere, in particolare la Cina. In Madagascar la situazione non è migliore, e il 44% dei boschi è considerato definitivamente irrecuperabile. Una perdita notevole, se consideriamo che si tratta della quarta isola più grande del mondo, con un ecosistema molto raro e per questo immensamente fragile, unito a una forte incidenza di malattie (inclusa la peste) e malnutrizione tra i suoi abitanti: qui, Francesco si recherà in visita presso un monastero carmelitano, ordine presente nel Paese sin dal 1821.

Pur trovandosi in una situazione relativamente più agevole in termini ambientali, le Mauritius hanno un altro enorme problema:la disparità tra ricchi e poveri, resa ancora più forte dallo scarso controllo sulla tassazione locale. Di fatto, queste isole nel cuore dell’Oceano Indiano sono da tempo una sorta di paradiso fiscale, ma il benessere della popolazione continua ad essere posto in secondo piano rispetto a quello di una ristretta élite governativa. Qui, durante le otto ore di permanenza nella capitale Port Louis, il papa celebrerà la messa e pregherà nel santuario dedicato al Beato Jacques-Désiré Laval, un medico francese giunto nell’arcipelago nel 1841 e responsabile dei primi tentativi di evangelizzazione di quella che all’epoca era una colonia britannica: qui, ci si aspetta che il pontefice faccia un richiamo alle ineguaglianze sociali e alle ingiustizie presenti nella regione ed esacerbatesi in epoca postcoloniale, un tema da lui toccato ripetutamente anche negli anni passati.

I prossimi passi

La diffusione della religione cristiana e del cattolicesimo in particolare è la chiave per capire il senso di questa visita: tra il 1980 e il 2015 il numero di cattolici in Africa è cresciuto del 238%, particolarmente nell’area sub-sahariana. Per questa ragione, la Chiesa è vista come un attore sempre più influente nella politica interna dei singoli Paesi, spesso con la conseguenza che la sua autorità viene forzatamente limitata dai governi locali (è il caso dell’Eritrea). Non deve quindi sorprendere l’intensa attività della diplomazia vaticana nell’area, con numerose ulteriori visite già discusse, in procinto di essere pianificate o addirittura cancellate per instabilità politica. Sud Sudan e Nigeria, ad esempio, sono spesso al centro dei piani dell’entourage papale, così come l’Uganda (già visitata da Bergoglio quattro anni fa): si tratta delle nazioni per le quali i contatti organizzativi sono attualmente i più vicini, oltre a costituire importanti avamposti cattolici spesso sconvolti da conflitti interetnici estremamente sanguinosi.

Quali saranno le mosse del papa in questi sette giorni di viaggio? Avrà luogo una presa di posizione forte e decisa nei confronti delle tante piaghe che affliggono l’Africa, oppure assisteremo a una visita dai toni smorzati, con qualche occasionale riferimento alle difficoltà dei tre Paesi visitati? Una cosa è certa: il futuro della Chiesa nel Continente nero passa anche da qui.