La diocesi di Hong Kong non è una qualunque. E il fatto di scegliere un gesuita per una comunità ecclesiastica simbolica come quella la dice lunga tanto sul carattere di papa Francesco quanto sulla qualità del “potere” esercitato da questo romano pontefice. Monsignor Stephen Chow Sau-yan è il nuovo vescovo di Hong Kong. Jorge Mario Bergoglio ha nominato il confratello gesuita dopo quasi un biennio di sede vacante. Non è una novità che la Compagnia di Gesù ed i suoi membri attecchiscano in Asia, ma è il quadro diplomatico a suggerire la portata complessiva della mossa del Santo Padre.

Quando Francesco è stato eletto sul soglio di Pietro, Cina e Vaticano hanno intrapreso un cammino. Il rinnovo dell’accordo bilaterale per la nomina dei vescovi, per il riconoscimento del Papa quale autorità religiosa legittima e per la istituzione di nuove diocesi è ormai cosa fatta. Il patto doveva durare due anni. In realtà, il contenuto dell’accordo sarebbe segreto, ma gli eventi hanno consentito la deduzione, quindi la costruzione di un quadro delle novità apportate dallo storico documento. Due anni – dicevamo – attraverso cui le parti avrebbero vagliato il futuro. Bene, la Repubblica popolare cinese e la Santa Sede, nonostante la polemica sulle persecuzioni subite dagli uiguri che è scaturita in seguito agli ammonimenti del vescovo di Roma, non hanno avuto dubbi, contraendo il rinnovo. Tutto questo è accaduto con le proteste di Hong Kong sullo sfondo. Più di qualche commentatore conservatore ha fatto notare come il Papa non abbia preso posizione contro la Cina durante i moti di piazza che rivendicavano la libertà. Erano i tempi pre-pandemici.

Mentre la diocesi in questione era senza vescovo, però, quale figura ecclesiastica è stata ricondotta a quella zona di mondo?

Un vescovo emerito della diocesi di Hong Kong è il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, che in realtà è stato il penultimo monsignore incaricato nell’ex colonia della Gran Bretagna. Il cardinale Zen, almeno mediaticamente, ha riempito un vuoto. Ma il cardinale Zen fa anche parte dei critici dell’accordo contratto tra Cina e Vaticano ormai quasi tre anni fa. Zen, differentemente dai sostenitori dell’accordo, e dunque anche dalla segreteria di Stato e dallo stesso pontefice, pensa che la Chiesa cattolica non debba scendere a compromessi col governo di Pechino, in funzione di un possibile ruolo da ricoprire – un ruolo di ricostruzione – quando l’ideologica comunista cadrà. Non solo: Zen, nel corso di questi anni, ha continuato a denunciare le persecuzioni subite dai cristiani in Cina, sottolineando il ruolo esercitato dalla cosiddetta “Chiesa clandestina”, che non tutti, anche in Occidente, riconoscono come esistente.

Sulla base di questi presupposti, si comprende bene il perché la nomina di un vescovo di Hong Kong non possa essere ritenuta secondaria in un’ottica di geopolitica vaticana. Per dirla con semplicità: monsignor Stephen Chow è un “bergogliano”, ossia un ecclesiastico noto per perseguire la pastorale propria della “Chiesa in uscita”. Chi ne descrive il profilo, si sofferma in queste ore sulla categoria del dialogo, che per l’impostazione gesuitica di Francesco è un punto irrinunciabile. Ci si aspetta, in buona sostanza, che monsignor Chow preferisca toni morbidi verso Pechino. Bergoglio sta del resto preparando il terreno ad una sua storica visita apostolica nella patria cinese. Il Papa lo ha detto in pubblico: Pechino è qualcosa in più di una ipotesi per i viaggi previsti nei prossimi anni. Sarebbe, in caso, il primo pontefice a mettere piede sul suolo del “dragone”. E il significato geopolitico per ora lo possiamo solo immaginare.

C’è una radicale contrarietà, dalle parti delle mura leonine, a guardare alla Cina come ad un avversario culturale o, peggio ancora, ad un attore internazionale opposto al cattolicesimo. La nomina del Papa, in questo senso, assume un significato chiaro di apertura.

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