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Dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro, il cardinale protodiacono ha pronunciato le parole che il mondo attendeva: Habemus Papam. La fumata bianca aveva già tracciato il segno nel cielo. Il nome scelto, Leone XIV. Il volto, quello di Robert Francis Prevost, cardinale americano di sangue misto e cuore latinoamericano. Il suo pontificato comincia con un simbolo forte: il primo Papa nato negli Stati Uniti, figlio della crisi globale, eletto in un conclave spaccato tra sogni di riforma e richiami all’ordine.

Il nome pontificale non è casuale. Con “Leone”, Prevost richiama una genealogia papale di forza e riforma: da Leone I che fronteggiò Attila, a Leone XIII che aprì la Chiesa al mondo operaio con la Rerum Novarum. Un segnale chiaro, forse perfino ambizioso: dare al mondo cattolico una guida capace di unire autorità dottrinale e attenzione sociale, fermezza e ascolto. In un’epoca di polarizzazione ecclesiale, il nome è già una scelta politica.

Da Chicago alle Ande, un Papa di frontiera

Classe 1955, nato a Chicago da una famiglia di origini francesi, italiane e spagnole, Prevost ha percorso le periferie del mondo prima di raggiungere il centro della cristianità. Dopo gli studi in Matematica, Teologia e Diritto canonico, entra nell’Ordine di Sant’Agostino, emette i voti nel 1981 e diventa sacerdote nel 1982. La vera svolta arriva in Perù, dove passa oltre un decennio al servizio delle comunità più povere e dimenticate. Un missionario che si sporca le mani, che conosce la polvere delle strade andine e la solitudine dei villaggi. Una Chiesa “in uscita”, come avrebbe detto Francesco

Nel 2015 diventa cittadino peruviano. Papa Francesco lo nomina vescovo di Chiclayo, diocesi povera e travagliata. Nel 2023 lo chiama a Roma, affidandogli la guida del Dicastero per i Vescovi e la Commissione per l’America Latina. Lo crea cardinale. E da lì, il salto.

Il Conclave della fatica e dell’equilibrio

L’elezione di Prevost è il frutto di un Conclave complesso. Dopo la morte di Francesco, il 21 aprile, i 133 cardinali elettori si sono riuniti sotto il peso di una Chiesa profondamente divisa. Da una parte i fautori della continuità bergogliana, dall’altra i nostalgici di una Chiesa più gerarchica e rigida. Il favorito della vigilia, il cardinale Parolin, è scivolato sulla mancanza di consenso trasversali.

Prevost, con il suo profilo mite ma determinato, ha rappresentato un punto di incontro. Ha convinto per la sua esperienza globale, per la conoscenza dell’America Latina – continente chiave del cattolicesimo – e per il suo equilibrio tra dottrina e pastorale. Ai riformisti ha promesso ascolto; ai conservatori, prudenza. La sua doppia cittadinanza ha fatto il resto, aiutando a superare le resistenze verso un Pontefice “americano”.

Ma non tutto è luce. Due episodi legati alla gestione di casi di abusi sessuali tornano a gettare ombre. A Chicago, come provinciale degli Agostiniani, Prevost permise a un prete sospeso per abusi di risiedere vicino a una scuola. In Perù, alcuni lo accusano di non aver agito con sufficiente energia contro due sacerdoti sotto inchiesta. Nessuna condanna, nessun procedimento diretto, ma il fango resta. E in tempi in cui la trasparenza è l’unico antidoto alla disaffezione, Leone XIV dovrà affrontare il nodo con chiarezza e fermezza.

Una racchetta in Vaticano
Il dettaglio più umano – e forse il più curioso – è la passione di Prevost per il tennis. Non un hobby elitario, ma una metafora del suo stile: paziente, strategico, pronto a colpire nel momento giusto. Già si mormora che il nuovo Papa sappia “giocare un tie-break come pochi”, e che il suo primo match sarà tenere uniti i mondi contrapposti che lo hanno eletto. Il tennis come arte del bilanciamento, come esercizio di resistenza. Una metafora, certo. Ma anche una promessa.

La Chiesa al crocevia della storia


Il cammino di Leone XIV si apre sotto il segno dell’incertezza. Da un lato la continuità con Francesco: attenzione alle periferie, riforma della Curia, impulso a una Chiesa non autoreferenziale. Dall’altro, la necessità di dialogare con i settori più critici del cattolicesimo, preoccupati per derive che percepiscono come troppo “progressiste”. In mezzo, le sfide geopolitiche: rapporti con l’America di cui porta il passaporto, con la Cina, con il mondo islamico. E poi, il grande tema del Sud globale, non più solo periferia, ma nuovo baricentro spirituale.

Se davvero sarà un Leone, lo dirà il tempo. Per ora, il Papa della mediazione globale sembra voler restituire al papato un volto di sobrietà e discrezione, ma anche di determinazione. Tra i marmi di San Pietro e le periferie del mondo, tra le tensioni della Curia e il grido dei poveri, Leone XIV dovrà dimostrare di essere più che un compromesso. Dovrà dimostrare che è ancora possibile guidare la Chiesa senza urlare, ma anche senza fuggire.

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