Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Papa Francesco lancia un nuovo monito per la pace. E lo fa parlando ai contendenti dei due grandi conflitti che toccano il nostro quadrante di mondo: quello russo-ucraino e quello israelo-palestinese. In un’interessante e approfondita intervista alla Radiotelevisione della Svizzera Italiana di cui l’emittente elvetica ha anticipato ampi stralci in attesa della messa in onda per il prossimo 20 marzo il Santo Padre ha parlato di molti temi. Ha messo sul terreno un accorato appello a Israele e Hamas perché gli “irresponsabili” autori del conflitto di Gaza, una cui parrocchia viene chiamata quotidianamente dal Santo Padre, depongano le armi.

Ma soprattutto Francesco ha lanciato un avvertimento, esplicitabile soprattutto sul fronte del conflitto ucraino: “Il negoziato non è mai una resa. È il coraggio per non portare il paese al suicidio”. Un intervento tranchant con cui il Papa invita a cambiare il senso dell’idea di “sventolare bandiera bianca” a cui l’Ucraina non pare essere disposta.

Francesco invita al “coraggio della bandiera bianca” simbolo di negoziato. Perché è la pace il vero tema caldo dei nostri tempi. Il mistero dell’iniquità che permea il mondo, fatta di soprusi, violenze e declino dell’ordine internazionale, può svelare, teologicamente e politicamente, il mistero ancor più grande della pace come strumento di equità, non di sottomissione. Papa Francesco non chiede la pace cartaginese, quella del cimitero o l’Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant di Tacito. Ragiona da stratega politico, come del resto la sua carica di capo di Stato gli consente legittimamente di fare, prima ancora che da guida religiosa.

Per Papa Francesco “occorre avere il coraggio di negoziare. Hai vergogna, ma con quante morti finirà? Negoziare in tempo, cercare qualche paese che faccia da mediatore”. Un’analisi chiara. Del resto, nota il Papa, “la Turchia, si è offerta per questo”, ha detto richiamando le recenti parole di Recep Tayyip Erdogan e lo sforzo di Ankara su fronti come la creazione di un ponte tra apparati americani e russi e la mediazione sugli accordi per il grano in vigore tra il 2022 e il 2023. Poi, una lezione di realismo nell’appello agli ucraini: “Non abbiate vergogna di negoziare prima che la cosa sia peggiore”.

Lo “scandalo della pace“, in questa Quaresima segnata da due guerre che feriscono al cuore la cristianità e l’umanità intera, è evocare la necessità di prese di posizioni scomode. Del resto, in sostanza Papa Francesco non evoca qualcosa di molto diverso da quanto messo in campo come ragionamento e pensiero da chi la guerra l’ha saputa fare e l’ha fatta in passato. Già a settembre l’ex capo di Stato Maggiore Usa Mark Milley aveva ricordato che l’idea di mandare fuori dall’Ucraina manu militari le forze russe riconquistando sul terreno l’integrità territoriale di Kiev era difficilmente realizzabile. L’ex capo di Stato Maggiore Valeriy Zaluzhny, eroe della resistenza ucraina, poco prima del suo avvicendamento e del passaggio al ruolo di ambasciatore a Londra, del resto, aveva ammesso lo stallo sul campo di battaglia.

“La guerra è sempre una sconfitta, una sconfitta umana, non geografica”, ricorda Papa Francesco nell’anticipazione dell’intervista. Il Papa, che da tempo denuncia la futilità di ogni guerra d’aggressione e sottolinea il martirio del popolo ucraino, accarezzato anche in questo caso (“Gli ucraini, con la storia che hanno, poveretti, gli ucraini al tempo di Stalin quanto hanno sofferto….”), prova a ribadire la necessità di far tacere i cannoni. Per una ragione molto semplice: evitare che il mondo si avvii, camminando, verso il precipizio e l’abisso. Pace attraverso la giustizia, giustizia attraverso la pace: risulta insoddisfacente dunque l’idea che Papa Francesco abbia fatto un elogio della resa in quanto tale.

“Fondamentalmente Bergoglio ha detto che i britannici si sarebbero dovuti arrendere a Hitler. Come un Petain qualunque”, ha commentato su X il giornalista de Il Foglio e Radio Radicale David Carretta. Una chiave di lettura che ci sembra affrettata alla luce della lettura dell’intervista. E lo scriviamo sapendo bene quanto approfondite e ragionate sappiano essere normalmente le analisi del giornalista in questione.

Mettere a confronto la Seconda guerra mondiale con i tempi nostri è sempre un’operazione molto scivolosa. A meno di voler giocare la carta della reductio ad Hitlerum per paragonare la visione di Papa Francesco a un invito ai popoli a cedere a tiranni e dittatori dei giorni nostri. Qualcosa che non è nell’orizzonte temporale del Santo Padre. Anzi, paradossalmente il Papa con le sue parole disarma tutti quei commentatori tutt’altro che empatici con la causa ucraina che hanno provato a celare dietro le sue parole una velata o meno simpatia per il presidente Vladimir Putin.

In tempio complessi è più difficile farsi costruttori di pace e di ponti che di guerre e muri. Gettare ponti, tentare di unire campi in conflitto è un’opera ardua a cui il Papa, da due anni, si presta assiduamente nel conflitto russo ucraino. Il ponte, del resto, ha senso di esistere se esiste la distanza tra i mondi che si vuole connettere. Senza distanze di posizioni non c’è ponte che possa essere costruito. L’operato del pontiere, anzi del Pontefice, è ancor più vitale quando i flutti su cui si erge la costruzione ne fanno traballare le fondamenta. Serve una forte, radicale volontà per volere la pace. Ma è dalla pace che nascono speranze e equità. Anche per i popoli in guerra nel conflitto che da due anni insanguina l’Europa.

La radicale scelta di Francesco di scegliere la pace, a un mese dalla Pasqua, ha valore teologico e politico. La parola, che sembra un tabù oggigiorno, è l’antidoto contro quel “buio che viene dagli uomini” contro cui già Papa Benedetto XVI aveva ampliamente ammonito. “Abbiamo paura che il bene nel mondo divenga impotente, che non abbia più senso scegliere la verità, la purezza, la giustizia, l’amore, perché ormai nel mondo vale la legge di chi meglio sa farsi strada a gomitate”, scriveva Ratzinger nel saggio La paura e la speranza, nell’ultimo volume dell’Opera omnia Gesù di Nazaret – Scritti di cristologia (Libreria Editrice Vaticana). Ebbene, costruire ponti aiuta a fermare questo tabù. E a ricordarci un semplice principio: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). O, laicamente, protettori della concordia umana.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto