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Una recente indagine di Foreign Affairs sull’evoluzione del sentimento religioso dal 2007 al 2019 ha contribuito a sfatare il mito secondo cui l’Occidente sarebbe l’unico blocco civilizzazionale ad essere toccato dal fenomeno della secolarizzazione. Dei 49 Paesi esaminati nell’inchiesta – che, insieme, rappresentano approssimativamente il 60% della popolazione mondiale – 43 hanno sperimentato una perdita di religiosità, una tendenza riguardante in egual misura realtà sviluppate, in via di sviluppo e sottosviluppate.

Il futuro dell’umanità potrebbe essere senza Dio, con qualche eccezione (come India e Russia), ed il momento della secolarizzazione sembra essere giunto anche per il mondo musulmano, sino ad oggi considerato immune dal fenomeno per una serie di ragioni culturali, sociali, politiche e legate alla stessa natura dell’islam.

La secolarizzazione del mondo arabo

Il mondo arabo, culla dell’islam, si è lentamente avviato verso la secolarizzazione; questa è la conclusione della ricerca più approfondita, vasta, credibile e recente mai effettuata sul fenomeno. L’inchiesta, condotta dall’Arab Barometer fra il 2013 e il 2019, ha coinvolto un campione di oltre 25mila persone residenti in Sudan e in dieci realtà statuali arabe – Algeria, Egitto, Giordania, Iraq, Libano, Libia, Marocco, Territori Palestinesi, Tunisia, Yemen.

Numeri alla mano, il quadro della situazione è il seguente: nel periodo di riferimento è aumentata dall’8% al 13% la quota di popolazione totale rientrante nella categoria dei “non religiosi”, e la secolarizzazione ha riguardato in maniera significativa i giovani fra i 18 e i 30 anni, il 18% dei quali mostra anaffezione alla fede.

La media finale può apparire bassa, quindi indicativa di un fenomeno irrilevante, ragion per cui si rende necessaria un’analisi accurata dei dati per confutare facilmente tale percezione falsata. L’irreligiosità nel mondo arabo, presumendo la bontà dei risultati dell’Arab Barometer, starebbe aumentando di poco più di un punto percentuale su base annua, ma la tendenza cambia – e anche radicalmente – da Paese a Paese.

In Tunisia, ad esempio, i non credenti rappresentano il 31% della popolazione totale – nel 2013 erano il 14%, ossia sono più che raddoppiati –, mentre in Libia sono cresciuti dall’11% al 25%. L’incremento è stato meno accentuato in Algeria, dall’8% al 13%, e in Egitto, dal 3% al 10%, ma quel che conta, dal punto di vista sociologico, è che sia avvenuto. Vi è, poi, il caso del Libano, che potrebbe essere considerato legittimamente la “Svezia del mondo arabo”: meno del 25% della popolazione si definisce religiosa.

Le ragioni per cui il cosiddetto “eccezionalismo islamico” starebbe progressivamente cedendo terreno, inghiottito dalla forza motrice e omologante della globalizzazione, sarebbero da ricondurre primariamente al ricambio generazionale. I giovani arabi, contrariamente ai predecessori, sarebbero meno inclini ad accettare la natura onnipervasiva dell’islam nella società, nella cultura e nella politica, e, causa terrorismo e radicalizzazione, guarderebbero con maggiore sospetto all’islam politico e alla religione in generale.

Il caso iracheno, a quest’ultimo proposito, è autoesplicativo. Fra il 2013 e il 2018 si è quasi dimezzata la quota della popolazione che dichiara di partecipare alla preghiera del venerdì, scendendo dal 60% al 33%, così come è diminuita la popolarità nei partiti religiosi, nei quali ripone fiducia soltanto un iracheno su cinque.

Il caso turco

Sono passati nove anni – era il 2012 – da quando Recep Tayyip Erdogan espresse al pubblico la volontà di voler “crescere una generazione di devoti”, e, con l’approssimarsi delle presidenziali del 2023, assume un’importanza fondamentale la lettura del bilancio della politica di re-islamizzazione della società. Per capire la realtà turca è necessario partire da una premessa: Erdogan non sta combattendo l’avanzare della secolarizzazione, sta tentando di reintrodurre alla religione una società che ha vissuto nel costume laico sin dall’ascesa di Mustafa Kemal.

Le ricerche degli ultimi anni sembrano indicare, a prima vista, che la politica di re-islamizzazione abbia fallito. Secondo il centro sondaggistico Optimar, fra il 2017 e il 2019 sarebbe diminuita di dieci punti percentuali la quota della popolazione totale che si identifica come musulmana, passando dal 99% all’89,5%. L’allontanamento dall’islam riguarderebbe in maniera particolare la gioventù: più liberale e meno propensa a frequentare le preghiere del venerdì e ad osservare digiuni rituali, costumi e imposizioni dogmatiche.

Scarsa è la fiducia, inoltre, nelle istituzioni islamiche: soltanto il 12% dei turchi confida nei chierici, i quali sono la seconda categoria più malvista dalla popolazione – in prima posizione si trova la classe politica, nella quale ripone fiducia l’11% dei cittadini.

Il quadro viene rafforzato da altre due ricerche risalenti al 2019 e al 2020. La prima, condotta dall’agenzia Konda, ha concluso che i turchi nella fascia di età 15-29 anni sono generalmente “meno religiosamente conservatori” delle generazioni che li hanno preceduti – e, in un Paese come la Turchia dove la metà della popolazione ha meno di trent’anni, la cristallizzazione di una simile tendenza non potrebbe che condurre all’estinzione del fenomeno Erdogan. Il secondo studio, dell’università di Sakarya e del Ministero dell’Istruzione, ha certificato che un numero sempre maggiore di studenti “oppone resistenza alle lezioni obbligatorie di religione, al progetto governativo della cosiddetta generazione religiosa e allo stesso concetto di religione” e che può essere fatto rientrare nelle categorie “degli atei, dei deisti e dei femministi”.

La domanda, alla luce di questi numeri, sorge spontanea: il fenomeno Erdogan è antistorico e destinato a scomparire? Non proprio. Innanzitutto, nell’analisi della realtà turca, è necessario tenere in considerazione una serie di elementi: il progetto di re-islamizzazione della società ha iniziato ad essere implementato concretamente soltanto a partire dal dopo-golpe del 2016, le politiche di ingegneria sociale dispiegano i loro effetti nel medio-lungo periodo e la gioventù è meno polarizzata di quanto dipingano i sondaggi.

Secondo uno studio del Sosyal Demokrasi Vakfı (SODEV) dell’anno scorso, anch’esso focalizzato sulla gioventù turca, il 49,8% dei rispondenti considera che i “valori nazionali” siano “l’ideale più significativo nella vita”, seguito dal 45,7% che, invece, mette in prima posizione i “valori religiosi”.

La secolarizzazione e il rigetto della fede non sarebbero aspetti salienti di un’intera generazione, ma di una parte di essa: universitari, attivisti politici, femministi/e, abitanti delle metropoli. Maggiore e variegato è il campione preso in esame, minore è la manifestazione della “resistenza culturale” alla re-islamizzazione della società. A questo proposito, si rende utile uno sguardo ai dati chiarificatori sui tesseramenti al Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP).

Da gennaio a settembre dell’anno scorso sono stati 601mila i cittadini che hanno deciso di prendere la tessera dell’Akp, la metà dei quali appartenente alla fascia di età 18-25 anni. Il partito, nel complesso, è tornato a crescere, dopo tre anni di declino, raggiungendo quota 10 milioni e 500mila iscritti. Si tratta di numeri estremamente importanti perché, oltre ad indicare che la tendenza discendente dell’Akp sembrerebbe essersi fermata, potrebbero suggerire che la re-islamizzazione della società, consacrata dalla conversione in moschea di Santa Sofia, stia iniziando a produrre effetti, soprattutto sui giovani, ossia sul futuro per antonomasia.

Allo studio del Sodev e alle prestazioni dell’Akp si aggiunge un sondaggio recentemente effettuato da uno dei massimi esperti del settore, Recep Guven, la cui conclusione si pone in netta controtendenza al panorama generale: i giovani turchi non nutrirebbero un amore particolare per la democrazia laica. Lo studio ha concluso che “il 35.7% dei giovani turchi vuole un capo autoritario, il 45.4% preferirebbe un capo nazionalista e il 35.5% voterebbe per un politico kemalista”.

Il momento della verità saranno le presidenziali del 2023, quando sette milioni di giovani, ossia il 12% dell’elettorato attivo, potranno recarsi alle urne per la prima volta ed esercitare il proprio diritto di voto. A quel punto sarà possibile capire, in maniera definitiva, se ha ragione chi crede nell’inevitabile fallimento del progetto erdoganiano o chi pensa che la Turchia profonda, tanto silenziosa quanto incompresa, sia ancora capace di sorprese.

Il caso iraniano

A quarantadue anni dalla rivoluzione conservatrice di Ruhollah Khomeini, la stabilità della repubblica islamica è a rischio – non soltanto per il costante, asfissiante e crescente accerchiamento multidimensionale del blocco Stati UnitiIsraele-mondo arabo – a causa della “stanchezza sociale” nei confronti di un sistema che, agli occhi delle nuove generazioni, appare anacronistico, opprimente, fuori tempo, da superare.

Sebbene i censimenti ufficiali stimino che il 99,5% della popolazione totale sia musulmana, sottintendendo la piena partecipazione alle funzioni religiose, un sondaggio dello scorso giugno del Gruppo per l’Analisi e la Misurazione delle Attitudini in Iran (GAMAAN) sembrerebbe suggerire il contrario: la popolazione iraniana è largamente secolarizzata, ma nasconde le proprie convinzioni personali per timore di rappresaglie e persecuzioni.

L’indagine, alla quale hanno preso parte 40mila iraniani di età superiore ai 19 anni, è stata compiuta interamente in rete e ha concluso che i censimenti sono (o sarebbero) in errore di oltre quaranta punti percentuali. Nel rapporto si legge che “in comparazione al 99,5% del censimento, abbiamo rilevato che soltanto il 40% [della popolazione] si identifica come musulmano […], e un altro 9% si dichiara ateo”.

Inoltre, il sondaggio ha appurato l’esistenza di un diffuso analfabetismo religioso, o meglio di un’adesione all’islam per ragioni culturali. Nonostante il 78% degli iraniani creda in Dio, a credere nella vita ultraterrena e nell’esistenza del Paradiso e dell’Inferno sono rispettivamente (e solamente) il 37% e il 30%.

Altre evidenze interessanti del sondaggio riguardano la gioventù, la quale mostra “i livelli più alti di irreligiosità e/o conversione al cristianesimo”, e l’osservanza delle preghiere giornaliere (ṣalāt), che verrebbero svolte soltanto da quattro rispondenti su dieci. A quest’ultimo proposito si lega un sondaggio governativo dell’anno scorso – inattaccabile da eventuali detrattori – che aveva concluso come soltanto il 60% della popolazione avesse aderito al digiuno durante il Ramadan.

L’islam del sud-est asiatico

L’attecchimento della secolarizzazione nel mondo arabo, culla dell’islam, e nell’Iran khomeinista, terra natale di una rivoluzione conservatrice che ha avuto un impatto culturale considerevole e duraturo nell’immaginario collettivo dell’intero pianeta, potrebbe suggerire che la fine dell’eccezionalismo islamico sia alle porte. In realtà, come il caso turco ha contribuito a rivelare, sondaggi, studi e ricerche raramente riescono nell’obiettivo di catturare le tendenze delle “società profonde”, e vi sono, poi, dei Paesi in cui mancano del tutto i segnali di un prossimo avvento della secolarizzazione, come l’Indonesia.

L’Indonesia, cuore culturale del Sud-Est asiatico e Paese musulmano più popoloso del pianeta, è un’oasi del deserto per coloro che desiderano studiare il legame fra fede, globalizzazione e modernità. I giovani indonesiani, in controtendenza rispetto ai loro correligiosi arabi, turchi e iraniani, “stanno diventando più conservatori”. Questa è la conclusione dell’Indonesian Muslim Report del 2019, frutto di una ricerca qualitativa del centro ricerche Alvara sulle attitudini e i valori degli indonesiani appartenenti alle generazioni Z e Y.

Il 60% dei 1.567 intervistati, con un’età variante dai 14 ai 29 anni, si identifica come “puritano ed ultra-conservatore”. I giovani, rappresentando circa un quarto dell’intera popolazione, potrebbero dare vita ad una curiosa ed eccezionale tendenza di islamizzazione della società (e della politica) dal basso.

Un sondaggio della Fondazione Varkey, datato 2018, funge da cornice ideale alla ricerca di Alvara: all’epoca, il 93% dei giovani indonesiani vedeva nella fede la chiave per la felicità – la media globale si attestava al 45,3%, un dato che rende il caso-studio indonesiano ulteriormente meritevole di approfondimento.

In assenza di ricerche tese a capire come l’islam indonesiano stia riuscendo a prevalere sulla forza annichilente della globalizzazione, continuando ad esercitare un’attrazione elevata e durevole sulla gioventù, una risposta potrebbe già esserci: gli influencer. Associazioni islamiche e predicatori si sono trasferiti nelle piattaforme sociali, in particolare Instagram, mescolando egregiamente comunicazione persuasiva e neuromarketing.

Il risultato è che, mentre l’Instagram occidentale è riflesso ed esaltazione della società dell’apparenza, l’Instagram indonesiano è monopolio di organizzazioni islamiche, come l’Hijrah, e predicatori carismatici, come Hanan Attaki e Arie Untung, le cui pagine hanno rispettivamente 6.9 milioni e 1.6 milioni di seguaci. Untung, oltre alla diffusione quotidiana di contenuti audiovisivi e meme per avvicinare i giovani all’islam, è anche il fondatore dell’Hijrah Festival, una tre-giorni lanciata nel 2018 in cui si promuovono la cosmetica halal, letture coraniche e comunitarismo.

Le chiese cristiane e l’islam arabo (e iraniano) potrebbero trovare nel modello Indonesia la soluzione ai loro problemi esistenziali, perché la secolarizzazione è l’apripista all’estinzione totale della fede dall’orizzonte delle persone – l’Europa, il “continente ateo”, ne è la dimostrazione.

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