Dopo 10 anni di guerra, l’Iran sta cambiando strategia in Siria. Pur continuando a sostenere militarmente il governo di Damasco in cambio di un ritorno anche economico, Teheran sta cercando di infiltrarsi tra la popolazione civile – a maggioranza sunnita – attraverso le conversioni.

L’Iran è stato il primo Paese a schierarsi dalla parte di Bashar al-Assad una volta scoppiata la guerra in Siria. I rapporti tra la dinastia Assad e la Repubblica islamica sono solidi fin dal 1979, quando l’allora presidente siriano riconobbe il cambio di regime in Iran, dando così legittimazione all’ayatollah Khomeini e alla sua Rivoluzione. Nonostante lo stretto legame, Hafez al-Assad aveva messo subito un freno ai tentativi dell’Iran di espandere la propria influenza sulla Siria, per evitare che il Paese diventasse un nuovo Libano.

La guerra, però, ha fornito alla Repubblica islamica l’occasione per mettere piede in maniera più stabile sul territorio siriano. Teheran ha prima di tutto aumentato la propria presenza grazie alle milizie, inizialmente formate da combattenti sciiti arrivati non solo dall’Iran, ma anche da Afghanistan, Iraq, e Pakistan, per poi arruolare gli stessi siriani. Compito principale affidato ai miliziani sunniti è quello di custodire i mausolei sciiti presenti sul territorio siriano: in questo modo viene creato un primo legame con la religione sciita e con l’Iran stesso, che paga di tasca propria i siriani che si arruolano tra le sue fila.

Grazie alla sola presenza militare, nel corso dell’ultima decade Teheran è riuscita a posizionarsi nelle aree al confine con il Libano e con Israele per poi prendere anche il controllo delle città al confine con l’Iraq a seguito della sconfitta dello Stato islamico. Come avevamo già spiegato su InsideOver, il controllo del valico di Abu Kamal nel sud-est della Siria è particolarmente importante per l’Iran. Tramite quel corridoio, Teheran riesce a rifornire non solo le milizie presenti in Siria ma anche Hezbollah in Libano, facendo passare armi e munizioni da un Paese all’altro. Non a caso l’area in questione è stata spesso soggetta a bombardamenti da parte dell’aviazione di Israele, particolarmente preoccupato dalla presenza dell’Iran in Siria.

Una presenza militare e religiosa

Ma dopo dieci anni dall’inizio del conflitto e il progressivo ritorno della Siria sotto il controllo di Assad, l’Iran ha capito che la sola presenza militare non basta. Una volta terminata la guerra il futuro del Paese si deciderà al tavolo delle trattative tra governo e opposizione e Teheran deve farsi trovare pronta in caso di cambio di regime. Fare unicamente affidamento sulla famiglia Assad è controproducente non solo per l’incertezza sulla sorte dell’attuale presidente, ma anche perché costringerebbe ancora una volta l’Iran a dipendere dalla famiglia Assad. La soluzione, secondo la Repubblica islamica, è convertire il maggior numero di sunniti allo sciismo o almeno ridurre l’ostilità della maggioranza sunnita nei confronti dei seguaci di Ali.

Come detto, in un primo momento l’Iran ha offerto ai siriani la possibilità di arruolarsi nelle proprie milizie, venendo così pagati per proteggere i santuari sciiti restaurati da Teheran o costruiti ex novo per commemorare importanti figure dello sciismo morte in Siria. La paga offerta ai sunniti è però la metà rispetto a quella degli sciiti e il solo incentivo economico in diversi casi è stato sufficiente per convincere i siriani a convertirsi. Per i cittadini di un Paese sconvolto da dieci anni di guerra e ridotto alla fame, passare dal sunnismo allo sciismo è stato un sacrificio necessario per offrire alla propria famiglia condizioni di vita più dignitose, come raccontato da alcuni convertiti a Foreign Policy.

Con il tempo, l’Iran ha inoltre espanso la propria presenza attraverso le donazioni di cibo e danaro, fornendo alla popolazione siriana servizi medici gratuiti, costruendo scuole e offrendo borse di studio per continuare il proprio percorso accademico nelle università iraniane. Una vera e propria campagna di soft power che potrebbe aiutare la Repubblica islamica a consolidare la sua presenza in Siria. Importante nel disegno iraniano è anche la restaurazione e la costruzione di mausolei sciiti, a cui si accompagna una riscrittura della storia e del peso dello sciismo in un Paese a maggioranza sunnita.

La protezione delle minoranze

Il cambiamento demografico che l’Iran sta cercando di portare avanti gli permetterebbe di reclamare maggiore influenza nelle dinamiche interne nella Siria una volta terminata la guerra. Gli sciiti continueranno certamente a rappresentare una minoranza anche in futuro, ma un consistente incremento del loro numero darebbe modo all’Iran di chiedere maggiori protezioni e garanzie per gli sciiti. L’Iran potrebbe anche arrivare a chiedere che nella nuova Costituzione sia prevista una ripartizione dei poteri su base confessionale sulla falsa riga del Libano, aumentando così la presa sulla Siria anche a livello politico.

In ogni caso, Teheran potrà sempre ergersi a difensore degli sciiti presenti nel Paese siriano, intromettendosi nelle questioni interne del vicino ogni qual volta dovesse percepire una minaccia nei confronti della minoranza non sunnita. Importante sarà anche la presenza dei miliziani iraniani sul territorio siriano: alcuni di loro si sono già trasferiti in Siria con le famiglie e potrebbero rimanere nel Paese anche dopo il conflitto, rappresentando così una carta in più per l’Iran.