L’era Trump volge al termine e con essa, probabilmente, subirà un brusco arresto anche l’espansione globale del fenomeno populista. L’amministrazione Biden, infatti, riporterà la primazia del liberalismo e del cosiddetto imperialismo dei diritti umani al centro dell’agenda estera statunitense, privilegiando lo stabilimento di relazioni bilaterali con forze politiche, culturali e sociali in armonia con la nuova visione della Casa Bianca.

Il Partito Repubblicano è chiamato ad una seria riflessione sul proprio futuro – anche alla luce della vittoria di larga misura ottenuta dai rivali democratici, dato che Biden ha ricevuto oltre sei milioni di preferenze in più rispetto a Trump – che tenga obbligatoriamente conto di quella serie di fattori-chiave che hanno determinato l’esito elettorale: il mutamento demografico, la polarizzazione politica e il declino della fede.

Da Jesusland a Godless-land

La mobilitazione dell’elettorato religioso, inteso come il raggruppamento di cattolici, evangelici ed ebrei ortodossi, ha permesso al Partito Repubblicano di conquistare la Casa Bianca sei volte dal 1980 al 2020, partendo dalla prima elezione di Ronald Reagan e giungendo all’ascesa di Donald Trump nel 2016. Negli ultimi trent’anni, però, la società americana è cambiata profondamente per via di dinamiche demografiche, culturali e sociali che hanno ridotto l’importanza del fattore religioso ai fini dell’esito elettorale.

La secolarizzazione ha attecchito negli Stati Uniti durante i turbolenti anni ’60, l’epoca delle rivolte studentesche, delle tensioni interrazziali e dei fenomeni controculturali dal cui ventre è stato partorito il movimento liberal. Da quel decennio in avanti, nonostante l’influenza culturale e la capillarità mediatica di figure carismatiche come Martin Luther King, Carl Henry, Robert Pierce, Fulton Sheen e Billy Graham, la secolarizzazione del popolo americano è avanzata in maniera inarrestabile, colpendo ugualmente ogni gruppo etnico e confessione religiosa.

Nel periodo di riferimento 2009-2019, secondo quanto certificato da uno studio approfondito del Pew Research Center, coloro che si definiscono cristiani sono diminuiti di dodici punti percentuali, passando dal 77% al 65% della popolazione totale. La scristianizzazione è avvenuta di pari passo all’aumento di agnostici, atei e non affiliati ad alcuna religione, cresciuti dal 17% al 26%.

A questi dati, che catturano un fenomeno estremamente importante e complesso, è necessario associare quelli sull’effettiva osservanza ai precetti, sull’adesione ai dogmi e sulla partecipazione alle funzioni. Infatti, una persona può dichiararsi cattolica, ebrea o protestante per ragioni squisitamente identitarie, ovvero l’appartenenza etnica e/o culturale, ma non tradurre in azione il proprio credo perché ampiamente secolarizzata.

Uno strumento utile a capire dove finisce la fede e inizia la cultura, quindi la (probabile) secolarizzazione, è l’osservanza religiosa. Stando agli ultimi dati, riferiti al 2018, la messa domenicale viene frequentata regolarmente dal 39% dei cattolici e dal 45% dei protestanti. Si potrebbero anche analizzare altri elementi per costruire un quadro quanto più ricco e completo della situazione, come ad esempio l’effettiva lealtà dei cattolici al Papa, l’opinione degli evangelici sui matrimoni omosessuali e le loro tendenze di voto, e si arriverebbe ad una conclusione molto drastica: l’importanza pivotale del cosiddetto elettorato religioso è sul punto di smarrirsi e con essa, naturalmente, anche la conseguente influenza della destra religiosa a livello culturale e politico.

La transizione forzata

In una società che sta secolarizzandosi, o meglio scristianizzandosi, al ritmo di oltre un punto percentuale l’anno, una forza politica quale è il Partito Repubblicano, che ha tradizionalmente fatto leva sui valori conservatori e sul rapporto simbiotico tra nazione americana e fede, ha un solo modo per evitare l’estinzione: cogliere il cambio di paradigma e adattarsi.

L’appuntamento presidenziale di quest’anno potrebbe essere una fonte da cui trarre delle lezioni preziose; Trump, infatti, rispetto al 2016, ha perso consensi tra i bianchi, ma ha ottenuto più voti tra gli afroamericani, i latinoamericani e le altre minoranze etniche. Considerando l’importanza declinante della fede e la riduzione demografica dei bianchi, destinati a rappresentare meno del 50% della popolazione totale entro metà secolo, il Partito Repubblicano è chiamato ad un profondo ripensamento che conduca ad una de-waspizzazione della propria identità e consenta di attingere pienamente dall’eredità lasciata dal trumpismo.

La fede continuerà ad essere un fattore decisivo in determinati stati federati dell’area meridionale, ma saranno le appartenenze di natura etnica e sociale le reali determinanti a livello nazionale. Il Partito Democratico, a questo proposito, ha saputo reinventare la propria immagine e attrarre le preferenze della ristretta ma influente classe alta e di tutti coloro che si identificano nel cosiddetto movimento liberal.

I repubblicani, allo stesso modo, potranno sfruttare il conservatorismo sociale di gruppi etnici quali afroamericani e latinoamericani e, soprattutto, dovranno approfittare dello spostamento a destra dei democratici e trasformarsi nel partito dei lavoratori. Nel fare questo, i repubblicani dovranno realizzare delle ramificazioni a livello territoriale in costante dialogo con le aree industrializzate, e con le vittime della de-industrializzazione, e saranno aiutati enormemente dalla macchina costruita da Trump negli ultimi quattro anni.

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