La morte di Papa Francesco apre prospettive importanti per il futuro della Chiesa cattolica e della Santa Sede che si manifesteranno già nelle prossime settimane quando la scelta del successore del pontefice venuto “dalla fine del mondo” dovrà esser fatta dal collegio cardinalizio più vasto mai riunitosi per eleggere un pontefice romano e, soprattutto, dalla sua versione più mondiale.
135 cardinali di 66 Paesi diversi, 108 dei quali al primo conclave in quanto “creati” dal pontefice morto nella giornata di ieri saranno chiamati in Vaticano per scegliere il 267esimo Papa della Chiesa cattolica. Sarà un passaggio decisivo per l’istituzione più antica del mondo, oggi chiamata a capire in che misura consolidare la grande svolta dell’epoca di Jorge Mario Bergoglio.
Quale Chiesa dopo Francesco?
La Chiesa “in uscita”, l’ospedale da campo che metaforicamente Francesco ha voluto inserire nelle grandi crisi sociali e umane del pianeta come istituzione emancipatrice, la promotrice di una dottrina sociale contro la “cultura dello scarto” si trova oggi caratterizzata su più linee di faglia. Una letteratura semplicistica le rubrica a scontri tra correnti, “progressisti” e “conservatori” o addirirtura bergogliani e antibergogliani. Come se la Chiesa fosse un bipolarismo perfetto o Francesco un leader chiamato a gestire un culto della personalità.
La realtà è più complessa e articolata, frutto dell’impatto di dodici anni di Papa Francesco sulla Chiesa cattolica. La spinta verso le periferie e l’ecumenismo, l’apertura del Collegio Cardinalizio agli esponenti di territori remoti e, al contempo, la scelta di preferirli a tradizionali diocesi centrali nella cristianità (per fare alcuni nomi, Milano, New York e Lione sono diocesi senza cardinale), la grande prolificità di Francesco nel convocare concistori hanno scombinato le carte.
Di fatto, oggi sono saltate due tradizionali linee di faglia dei classici conclave: da un lato, la predominanza di determinati partiti nazionali. Ne è un esempio il ridotto peso dei cardinali italiani: sono 19 su 135 votanti. Il partito italiano resta il più numeroso, seguito dagli Usa (10 cardinali), dal Brasile (7) e da Spagna e Francia (6 a testa), ma nel contesto in cui la maggioranza necessaria è di 92 voti nessun “partito” potrà esser decisivo. E così, dall’altro lato, il policentrismo di Francesco ha ridotto il dualismo tra la Curia romana e il resto della Chiesa. Questo renderà potenzialmente imprevedibili l’impatto di altre divergenze.
La sfida del particolarismo
Più che determinati partiti nazionali, ad esempio, peserà il particolarismo di determinate Chiese: che influsso avrà ad esempio la quota più rigorista in campo dottrinale dei cardinali americani nel creare un gruppo di elettori inflessibili su questo fronte? O che influenza potrà avere la quasi “autocefala” Chiesa tedesca? Tutto da valutare, poi, il fatto che in tanto particolarismo qualche candidato emerga come fautore di una continuità col pontificato di Francesco che è stato unico sia per portata teologica ed ecumenica che per influenza sugli affari internazionali in un mondo diventato sempre più policentrico.
La prospettiva è che senza una redine chiara o dei cardinali capaci di tirare il gruppo la Chiesa uscita dal pontificato di Francesco, in assenza di un “delfino” identificabile come poteva essere Joseph Ratzinger per Giovanni Paolo II, possa o trovarsi disorientata di fronte ai cambiamenti o chiamata a difficili compromessi. Ma anche questa è la grande sfida di un’istituzione il cui obiettivo resta quello di leggere il segno dei tempi. E continuare a essere nel mondo, ma non del mondo anche nei decenni a venire.

