Spesso si dipinge, a ragione, l’Occidente come la culla della secolarizzazione e dell’ateizzazione, il faro della cristianità divenuto bastione del relativismo culturale e del nichilismo, luogo in cui scienza e fede non possono coesistere e dove la seconda occupa una posizione sempre meno rilevante negli affari pubblici e nell’intimità delle persone.

La tendenza, in effetti, sembra inevitabile e irreversibile e ha colpito indistintamente ogni Paese occidentale, comportando l’entrata in una “fase post-cristiana” di numerose nazioni, fra le quali Paesi Bassi e Germania, e la caduta di baluardi storici del cattolicesimo, come l’Irlanda. Soltanto in alcuni teatri, come ad esempio nello spazio postcomunista, si è assistito ad un ritorno del sacro nella politica e nella società che, comunque, non è privo di tensioni – e quanto sta accadendo in Polonia è il migliore specchio di questa realtà.

Contrariamente al quadro comune che viene dipinto non è soltanto l’Occidente che sta diventando “senza Dio”: è il mondo intero. Questo è, almeno, il risultato di una lunga inchiesta recentemente pubblicata da Foreign Affairs, dettagliata, ricca di fonti e supportata dai numeri.

Il mondo sta diventando ateo

Il titolo dell’indagine, pubblicata l’11 agosto di quest’anno, è eloquente e rispecchia fedelmente il contenuto e i risultati finali emersi dalla raccolta dei dati: “Giving Up on God. The Global Decline of Religion” (ndr. Abbandonando Dio: il declino globale della religione). Gli autori del lavoro hanno deciso di tornare su 43 casi-studio, comprendenti il 60% della popolazione mondiale, di cui era stata analizzata la situazione religiosa nel periodo 1981-2007, monitorandone l’evoluzione dal 2007 al 2019.

Nel primo periodo selezionato in 33 Paesi su 49 era stato registrato un aumento della religiosità da parte degli abitanti, soprattutto nello spazio postcomunista e nel mondo in via sviluppo e, in misura minore, in alcuni Paesi avanzati. I risultati sembravano convergere verso una spiegazione controcorrente: “l’industrializzazione e la diffusione della conoscenza scientifica non provocano la scomparsa della religione”.

Ma dal 2007 ad oggi 43 Paesi su 49 sono stati travolti da una tendenza inversa a quella precedente, ovvero la perdita di religiosità; e ad un ritmo più veloce. La secolarizzazione sta colpendo in egual misura Paesi sviluppati, in via di sviluppo e sottosviluppati, e sebbene i motivi siano diversi, a volte indipendenti e a volte correlati tra loro, uno sembra essere particolarmente incisivo e ricorrente: l’emancipazione sessuale. In breve, “le società moderne sono diventate meno religiose perché, in parte, non supportano più la difesa di quelle categorie di genere e di norme sessuali che le maggiori religioni mondiali hanno instillato per secoli”.

La scoperta di nuove norme comportamentali nei confronti del sesso e del genere sarebbe, quindi, il primo passo verso l’allontanamento dalla fede di appartenenza. Ma altri fattori entrano in gioco: lo sviluppo comporta benessere e sicurezza, perciò i fedeli che non appartengono ad una confessione per reale credo, ma per approfittare dei possibili benefici derivanti dal far parte di una comunità, se ne distanziano, trovando in altre istituzioni sociali ciò che cercano, liberi dagli obblighi e dalle costrizioni morali delle religioni.

Non sarebbe quindi la diffusione del progresso scientifico, e della mentalità ad esso correlata, la causa prima della perdita della fede, quanto la diffusione del benessere. Essere parte di una comunità significa godere di uno scudo protettivo, e questo era vero soprattutto nei secoli scorsi, quando i pericoli di carestie e guerre civili erano frequenti anche in quei Paesi che oggi compongono il cosiddetto Occidente. Infatti, la religione non ha mai svolto un ruolo puramente metafisico, ovvero fornire agli esseri umani gli strumenti per affrontare dei quesiti esistenziali per i quali la scienza non possiede risposte, ma ha anche protetto fisicamente, ha fornito aiuto materiale e morale, ha fatto politica.

Nell’ordine degli Stati contemporaneo, però, in cui vige una rigida separazione tra dimensione religiosa e sfera pubblica, e dove è quest’ultima a fornire (quasi) tutto ciò di cui una persona ha bisogno, la fede finisce per rivestire un’importanza centrale soltanto per coloro che appartengono ad una confessione per reale convinzione.

Il caso degli Stati Uniti

Dall’analisi dei casi-studio è emerso un fatto curioso: le società sperimentano un tipo di polarizzazione che si conclude a detrimento delle confessioni ogni qualvolta il potere politico si serva della religione per mobilitare i fedeli nell’aspettativa di ottenerne i voti. Questo evento, secondo gli autori della ricerca, sarebbe una delle cause principali della drammatica scristianizzazione degli Stati Uniti.

Nel caso specifico il riferimento è alle guerre culturali (omosessualità, aborto, ideologia di genere, pena di morte, e molto altro) che dagli anni ’90 dividono la destra religiosa e la sinistra liberal: la strumentalizzazione della religione a scopo politico avrebbe spinto i fedeli secolarizzati ad abbandonare le chiese di appartenenza, comportando al tempo stesso una radicalizzazione di coloro che hanno deciso di restare e di coloro che, invece, non ne fanno parte perché atei. Il risultato è sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale: la società americana non è mai stata così divisa come nell’era Trump in due opposti estremismi impegnati a combattere le guerre culturali di stampo etico con tanto livore.

Dio sta scomparendo dall’orizzonte degli americani, questa è la drammatica conclusione alla quale è giunto Foreign Affairs basandosi, anche, sul modo radicale in cui sono cambiate le risposte ad una domanda sulla centralità di Dio nella quotidianità del vivere dal 2007 al 2017. Nel primo caso gli intervistati avevano risposto che, su una scala da uno dieci, Dio era importante “8.2”; dieci anni dopo lo stesso campione ha risposto “4.6”.

Le eccezioni

Nella stragrande maggioranza dei casi-studio presi in esame da Foreign Affairs la religiosità ha registrato un grave crollo, ma si segnalano alcune curiose eccezioni. Per quanto riguarda lo spazio postsovietico, la fine del comunismo ha effettivamente comportato un ritorno del sacro, ma non in maniera uniforme. La riscoperta della fede è avvenuta laddove essa è stata storicamente percepita come un elemento inseparabile dall’identità nazionale e vissuta genuinamente e profondamente, come ad esempio in Russia e in Bulgaria. In questi due Paesi la religiosità è aumentata costantemente dal 1981 al 2019.

L’aumento della religiosità è stato riscontrato anche in Brasile, in Messico e in Sud Africa; Paesi caratterizzati dal fatto di essere stati attraversati simultaneamente da tre eventi: l’attecchimento della secolarizzazione, la ritirata del cattolicesimo e l’avanzata preponderante del protestantesimo evangelico e neopentecostale. In breve, secolarizzazione e de-cattolicizzazione, insieme, hanno avuto un effetto sulle suscritte società meno considerevole di quello esercitato dalla “rivoluzione protestante”.

Ad ogni modo, l’eccezione più significativa è l’India. Qui è stato registrato l’aumento di religiosità più ragguardevole: su una scala da 0 a 1, l’incremento è stato pari a 1. L’ascesa di Narendra Modi e la trasformazione del nazionalismo indù in una forza motrice della cultura e della politica di Nuova Delhi sarebbero le manifestazioni più iconiche di questa risurrezione identitaria che sta caratterizzando in egual misura induisti e musulmani.

Un caso a parte: il mondo islamico

Per via della difficoltà di condurre sondaggi approfonditi nelle realtà islamiche, gli autori dell’inchiesta si sono limitati a raccogliere dati e informazioni su temi come l’accettazione del divorzio, dell’aborto e dell’omosessualità ovunque fossero disponibili. Presso il World Values Survey, il centro dati al quale è stato fatto riferimento per la ricerca, erano presenti dei numeri utili per ricostruire parzialmente le dinamiche religiose di 18 Paesi musulmani – e i risultati sono sorprendenti.

Mentre il mondo intero si è diretto verso la graduale accettazione di nuovi valori e sistemi, come la tolleranza e l’accettazione dell’omosessualità, dell’aborto e la de-strutturazione delle famiglie di tipo patriarcale – che a loro volta sono un riflesso della secolarizzazione – nel mondo musulmano questa tendenza non ha attecchito.

L’analisi dei dati dei 18 Paesi presi in esame parla chiaro: “[essi] rimangono fortemente religiosi e impegnati a preservare le norme tradizionali riguardanti il genere e la fertilità. Pur in presenza di sviluppo economico, i Paesi a maggioranza islamica tendono ad essere, in qualche modo, più religiosi e culturalmente conservatori della media [mondiale]”.

Se le tendenze catturate e misurate da Foreign Affairs dovessero cristallizzarsi, e la rinascita identitaria di Paesi come Russia e Turchia sembra confermare questa ipotesi, un domani la religione e la fede potrebbero continuare ad esistere soltanto in alcune e precise regioni del pianeta, come il mondo islamico e una parte dello spazio postcomunista, e anche all’interno di alcuni Paesi post-cristiani – ma in questi ultimi sarebbero vissute nel più stretto riserbo da minoranze esigue di credenti, irrilevanti dal punto di vista politico e dell’ordinamento morale delle società.

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