La decisione del Consiglio di Stato della Turchia circa il destino dell’ex cattedrale di Santa Sofia era attesa per il 2 luglio ma, inaspettatamente, giunta la fatidica data, la corte ha preferito posticipare il verdetto di due settimane, limitandosi a produrre alcune dichiarazioni di circostanza. Quanto accaduto potrebbe essere la prova che, nel dietro le quinte dell’arena pubblica, sono in corso un’aspra battaglia politica fra kemalisti ed erdoganiani ed uno scontro diplomatico lungo la linea Washington-Ankara-Mosca.

Decisione rimandata a metà mese

Il 2 luglio, come da programma, i membri del Consiglio di Stato della Turchia, il più alto tribunale amministrativo della repubblica, si sono riuniti per discutere l’annoso fascicolo della conversione in moschea di Santa Sofia. Era stato il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) a delegare tale responsabilità all’ente, a inizio giugno, con l’obiettivo di ottenere un riesame della validità del decreto del 1934 che ha permesso la trasformazione del complesso da una moschea ad un museo. L’aspettativa dei promotori dell’iniziativa, fra i quali spicca in prima fila il presidente Recep Tayyip Erdogan, è che il tribunale dichiari nullo quel decreto così da aggiungere legittimità giuridica alla conversione.

Il 2 luglio, la corte si è riunita e ha ascoltato le posizioni dell’associazione legale che sostiene l’invalidità del decreto kemalista. In luogo di una decisione, però, il tribunale ha preferito posticipare il verdetto, annunciando la produzione di una sentenza scritta entro quindici giorni. Nei giorni precedenti erano aumentate in maniera significativa le pressioni internazionali su Ankara e, questo, probabilmente ha influito sui membri dell’ente, spingendoli ad optare per il temporeggiamento.

Dopo gli interventi di spessore del patriarca ecumenico di Costantinopoli, del patriarcato di Mosca, dei governi greco e russo, dell’ambasciatore degli Stati Uniti per la libertà religiosa del mondo e dell’Unesco, il giorno precedente all’udienza si era assistito anche all’entrata in scena di Mike Pompeo, il segretario di stato dell’amministrazione Trump: “Secondo gli Stati Uniti, cambiare lo status di Santa Sofia sminuirebbe il lascito di questo notevole complesso e la sua insuperabile abilità, così rara nel mondo moderno, di servire l’umanità in qualità di ponte, estremamente necessario, fra le differenti fedi, tradizioni e culture”.

Un braccio di ferro dall’alta posta in gioco

La questione di Santa Sofia ha contribuito ad unire la cristianità orientale nel nome della difesa di un interesse comune, facendo passare in secondo piano le divisioni causate dalla spaccatura tra Costantinopoli e Mosca, e ha provocato anche l’intervento dei principali collaboratori di Ankara, ovvero la Casa Bianca ed il Cremlino.

Se da una parte il caso sta aggiungendo tensione al rapporto sempre più complicato e conflittuale fra l’Occidente e la Turchia, dall’altra sta rafforzando il sodalizio nascente tra la Sublime Porta e i nuovi centri di potere dell’islam, come la Malesia. Alla vigilia della sentenza, che poi non c’è stata, il direttore del Consiglio per le Organizzazioni Islamiche della Malesia, Mohammad Azmi Abdul Hamid, ha espresso supporto al progetto della conversione ad uso islamico del complesso: “Santa Sofia è una moschea e dovrebbe essere rispettata in quanto tale. L’Unione Europea, l’Italia e gli Stati Uniti dovrebbero restare fuori dal dibattito, perché i musulmani della Turchia hanno il diritto di reclamare il suo ritorno a casa di Allah”.

La scelta del Consiglio di Stato di posticipare la sentenza è, quindi, da leggere nel quadro più ampio del conflitto suscitato dal caso sia a livello interno, fra kemalisti ed erdoganiani, che a livello internazionale. Ad ogni modo, qualora Erdogan volesse realmente portare a compimento la conversione potrebbe ricorrere ad un semplice decreto presidenziale, perché la decisione del tribunale non è vincolante e servirebbe soltanto a conferire un’aura di legittimità giuridica alla scelta della presidenza.

La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica turca supporta la riconversione in moschea di Santa Sofia: un sondaggio effettuato a giugno ha rivelato che 7 turchi su 10 sarebbero a favore della mossa. Alla luce di questi numeri, è chiaro che un eventuale dietrofront da parte di Erdogan avrebbe delle profonde ripercussioni in termini di prestigio personale e consenso elettorale. D’altra parte, sfidare la comunità internazionale con un’azione del genere produrrebbe soltanto maggiore isolamento diplomatico, una cosa di cui la Turchia non ha assolutamente bisogno.

La scelta di giocare la carta Santa Sofia si è rivelata avventata e rischiosa e, adesso, Erdogan si trova ad un bivio: accontentare la volontà popolare, incoronando definitivamente la Turchia quale potenza-guida del mondo islamico, o accontentare la volontà di una parte influente della comunità internazionale, accettando di subire gravi contraccolpi dal punto di vista interno e di ridurre le proprie ambizioni neo-ottomane.

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