Parola d’ordine, unità. Preservare la compattezza della Barca di Pietro di fronte ai marosi del presente e nelle acque agitate di un Conclave in cui non ci saranno i tradizionali punti di riferimento. Gli oltre 130 cardinali che dal 7 maggio si riuniranno nella Cappella Sistina per eleggere il successore di Papa Francesco hanno la percezione che la priorità, per il futuro inquilino del soglio pontificio, sarà quella di mantenere la coesione. E che cordate contrapposte possano, in nome della continuità o dell’alterità con il Santo Padre defunto, usarne il nome e cavalcare le opinioni sul suo pontificato per creare un governo “partigiano”.
La sfida del Conclave
Il Conclave non è un Parlamento che vota la fiducia a un Governo o un consiglio di amministrazione che deve eleggere un amministratore delegato. Piuttosto, è la sovrapposizione tra una corte, un apparato militare e un gabinetto di Governo perché al suo interno i cardinali provengono dalla Curia romana (la “corte”), dagli ordini e dalle strutture ecclesiali sparse per il mondo (l’apparato militante) e dalle sedi episcopali, espanse da Francesco nella rappresentanza (le province della Chiesa cattolica che ne amministrano il governo ecclesiale). Una struttura d’intrinseca multipolarità che ha stabilito nell’imposizione della maggioranza di due terzi per l’elezione del prescelto una garanzia volta a rendere il più plurale possibile la scelta del successore di Pietro.
E di fronte a un Conclave che non è mai stato così globale (66 i Paesi rappresentati tra i cardinali con meno di 80 anni), così privo di una primazia di un determinato blocco nazionale (sono solo 19 i cardinali del Paese più rappresentato, l’Italia) e, soprattutto, così popolato è chiaro che al contempo cadano le dicotomie più classiche, dalla faglia tra “progressisti” e “conservatori” a quelli tra interni ed esterni alla Curia, come determinanti di fondo dell’elezione del prossimo Papa.
Policentrismo e multipolarità implicano il rischio di anarchia, dato che molte sono le incrinature potenzialmente in grado di manifestarsi. La Chiesa americana e quella tedesca mostrano tutte le loro particolarità rispetto al pontificato romano; il caso del cardinale Angelo Becciu escluso dal Conclave ma non dalle precedenti congregazioni generali ha suscitato discussioni sul possibile precedente legato all’amministrazione delle finanze vaticane nell’influenzare l’esito dell’elezione; molti cardinali stanno cavalcando il nome di Francesco invocando un’eredità necessaria in virtù della grande partecipazione di folla ai funerali del Santo Padre, come a coprire una mancanza di progettualità politica e pastorale. In definitiva, c’è la sensazione che dopo la fine di una guida spesso irrituale ma indubbiamente forte la Chiesa cattolica necessiti di capire quale sia il suo nuovo centro.
Muller e Dolan, conciliare la Chiesa ai tempi del Conclave
Non a caso dall’interno di due congregazioni potenzialmente in odore di allontanamento da Roma, quella tedesca e quella americana, sono arrivate prese di posizione volte a a ammonire contro le spaccature nella Chiesa in seguito al Conclave. A invocare con maggior forza l’unità è stato, il 26 aprile scorso, il Cardinale Gerhard Muller, intervistato oggi da Il Messaggero: “I rischi sono, l’ho detto in diverse occasioni, tutti legati alla possibilità di spaccare la Chiesa in due gruppi ideologici”, ha detto il porporato tedesco, aggiungendo che “non si può creare l’unità della Chiesa se un gruppo domina sull’altro. L’unità della Chiesa non è un combinato disposto tra diplomazia e politica, ma la spinta a unire tutti in Cristo”.
Muller ha invitato i cardinali a unire la spinta teologico-dottrinale a quella politico-sociale nella scelta del successore di Jorge Mario Bergoglio, invitando a non leggere solo in chiave “geopolitica” l’elezione del 267esimo vicario di Cristo in Terra, invitando a porsi la domanda fondamentale: “Cosa è il papato teologicamente? È un ruolo che non va di certo ancorato a logiche mondane che potrebbero far pensare che il Papa incarni solo un grande potere politico e ideologico. Per il Papa la cosa più importante è praticare il Vangelo, dare speranza”.
Per Timothy Dolan, cardinale arcivescovo di New York, ritenuto un convinto tradizionalista come Muller, urgerà dare al papato “più chiarezza nell’insegnamento, più raffinatezza della tradizione della Chiesa, più approfondimento dei tesori del passato” alla luce, però, della lezione del “cuore caldo di Francesco“, ha detto in un’intervista televisiva a Today (NBC News), evitando di prestare il fianco a chi lo voleva arruolare nei decostruttori dell’era Bergoglio.
Preservare l’unità della Chiesa
Serve, pensano i cardinali pontieri, far sì che nessuno pensi di fare della Chiesa un’istituzione di parte non più adatta a leggere “il segno dei tempi”. Bisogna evitare che la Chiesa radicalmente evangelica di Francesco diventi il pretesto ideologico per svuotare l’istituzione che governa un sistema radicato attorno a Roma e innervato nel mondo interno, senza però cullarsi nell’illusione di un possibile ritorno a un tradizionalismo ormai bolso e lontano dal ruolo emancipatore del cattolicesimo. Così come al contempo urge bilanciare l’apertura ecumenica alla necessità di non far sentire periferica e abbandonata un’Europa in cui la luce del cristianesimo, nonostante tutto, non si spegne dopo esser stata per secoli la figlia prediletta della Chiesa. E in definitiva, urge fare sì che non ci sia una “guerra” tra le eredità degli ultimi pontefici, fintamente contrapposti tra di loro.
Parlando a La Stampa, il cardinale Fernando Filoni, gran maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, ha affermato che “serve un mediatore” capace di proseguire la sintesi dell’era di Francesco: “Dopo i grandi tempi di San Giovanni Paolo II, che ci ha dato una visione di Chiesa universale capace di abbattere muri, e dopo Benedetto XVI, che ci ha parlato di Dio in modo profondo e accessibile, papa Francesco ha offerto una sintesi di queste due visioni”, ha detto il porporato pugliese.
Per Filoni “il nuovo pontefice dovrà rafforzare l’unità della Chiesa“, una Chiesa che “deve continuare a dire una parola di verità, mai di parte. E a lavorare per ripristinare il bene comune e la pace”, come del resto il papato è stato, quasi isolato, intento a fare da decenni. Perché ciò accada, però, la Barca di Pietro deve continuare a navigare, nonostante i mari in tempesta. E certamente, la coesione del suo equipaggio sarà da difendere e mantenere a qualunque costo. Questa la vera priorità su cui si dovrà giocoforza muovere il nuovo pontefice.