Di legge contro l’islamofobia, nel Regno unito, si parla da qualche tempo. Per la logica di fondo del politicamente corretto, a ben vedere, la terminologia linguistica ha un’importanza non comune. Perché si lega alla visione del mondo che si vuole proporre per la realtà sociale. Il concetto di “fobia”, in chiave squisitamente giuridica, può essere interpretato così: non giustificato e non giustificabile timore provato nei confronti di un fatto, di un fenomeno, di un soggetto o di gruppo religioso. Affiancando quest’operazione mentale alla parola islam, si ottiene una ricetta utile al menù del buonismo.

Nella Londra del primo cittadino Sadiq Khan è stato raccontato con dovizia di particolari – si una apporre un metaforico burqa sui dipinti contestati da organizzazioni musulmane. Sono fasi avverse per la difesa di quella che una volta si sarebbe chiamata “civiltà occidentale”. Non stupisce, allora, che sia proprio da quelle parti del mondo che i laburisti, il partito cui appartiene il sindaco londinese, stiano spingendo affinché venga approvato un provvedimento teso a riconoscere l’islamofobia, e gli atteggiamenti correlati, come rientrante in una fattispecie di reato. I progressisti non agiscono in solitaria. Una mano è stata offerta dal partito liberal-democratico, che intanto, stando ai risultati delle ultime elezioni locali, sta risalendo la china in vista del 26 maggio, quando pure il Regno unito, nonostante tutto, sarà chiamato a votare per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, Bruxelles e Lussemburgo. Nigel Farage e il suo neonato Brexit Party sembrano avere una sorpresa in serbo.

Ma la dottrina politica progressista, com’è spesso avvenuto nel corso di questo decennio, non sembra badare tanto ai sondaggi quanto a quello che viene ritenuto corretto – appunto – per derivazione idealistica. Poco importa, allora, se come si apprende pure dall’Agenzia Nova, è stato l’antiterrorismo britannico a sollevare qualche perplessità sulla proposta in questione. Il quadro è in divenire. Il Parlamento deputato a decidere sulla legge ha già dato prova di contrarietà a marzo scorso.

Nell’Europa contemporanea, tuttavia, non possono essere non notati almeno due fattori: la costante polarizzazione degli scenari e la diversità di mosse da parte degli esponenti politici europei. Almeno tra quelli che balzano agli onori delle cronache con più frequenza. C’è il sindaco Sadiq Khan, ma c’è pure Sebastian Kurz, che ha da poco esteso la legislazione nazionale austriaca sul divieto di indossare veli coprenti negli uffici pubblici, allargando il campo pure agli istituti scolastici elementari. La lettura non è univoca. Richiamando i fiumi d’inchiostro spesi per segnalare come Michel Houllebecq avesse previsto molto in “Sottomissione”, si può dire che in Europa c’è chi combatte il fondamentalismo e chi, per assecondare i dettami del politically correct, sembra eccedere oltremodo in buonismo.