Per lunghi secoli la dominazione turco-ottomana di vaste regioni del Medio Oriente e dell’Europa orientale portò sotto l’autorità dei sultani di Istanbul numerose popolazioni cristiane. Nonostante una narrazione da “scontro di civiltà” ed effettivi momenti in cui la battaglia tra l’Impero turco e le principali potenze europee assunse connotati da scontro tra cristianità ed Islam (come dimostrato dalla battaglia di Lepanto del 1571) per lunghi secoli le popolazioni cristiane furono parte integrante della società imperiale. Tanto che nella “leva” compiuta dalle autorità ottomane nelle terre abitate da cristiani, il devishirme, i sultani di Istanbul più volte trovarono l’occasione di creare corpi militari come quello dei giannizzeri e burocrazie capaci di controbilanciare la tradizionale nobiltà turca.

La fase conclusiva della storia dell’impero fu però caratterizzata da un tragico strascico, essendo caratterizzata da ben diversi episodi di stermini di massa di popolazioni cristiane che per secoli erano state fedeli all’Impero: l’ultimo mezzo secolo che precedette la disfatta nella prima guerra mondiale fu un climax ascendente di tensioni e violenze che esplosero nei tre grandi genocidi dell’era della Grande Guerra. Al genocidio armeno, in cui furono uccisi oltre 1,5 milioni di cristiani appartenente alla nazione armena, si aggiunsero due massacri sistemici meno noti nel contesto della drammatica storia del Novecento, ma nel cui contesto perì un numero di persone superiore a quello del massacro degli armeni: il genocidio dei cristiani assiri che vivevano nell’attuale Iraq (di rito nestoriano, siriaco e caldeo), che provocò 900mila vittime, e quello delle popolazioni di etnia e cultura greca e religione cristiane viventi in Anatolia, proseguito fino al 1922, in cui furono uccise 700mila persone.

Il bagno di sangue in cui l’Impero Ottomano, nella fase conclusiva della sua storia, trascinò popolazioni che erano state parti integrante della sua storia ha le sue radici in tre fattori avviatisi a inizio XIX secolo: il progressivo ridimensionamento territoriale del dominio della Sublime Porta, l’ascesa di crescenti appetiti coloniali stranieri sui suoi territori strategici e lo sdoganamento del nazionalismo turco da parte di numerose èlite di potere alternatesi nel controllo decisionale delle strategie dell’Impero.

Nei primi due casi, l’Impero ottomano subì numerose amputazioni territoriali, molte delle quali legate a proclamazioni d’indipendenza in cui l’elemento religioso cristiano assunse a fattore determinante (come quella della Bulgaria) o agli appetiti delle potenze europee (pensiamo all’annessione della Bosnia da parte dell’Austria-Ungheria e all’invasione italiana della Libia); l’orgoglio nazionale ferito fu utilizzato come elemento catalizzatore della svolta politica imposta da gruppi come quello dei Giovani Turchi per evolvere le dottrine politiche dominanti nell’Impero. I Giovani Turchi guidarono dal 1908 in avanti un’agenda politica fatta di graduale incentivazione del nazionalismo turco in cui venivano considerati come esterni al ceppo “puro” della nazione quegli elementi ritenuti di importazione straniera, come il cristianesimo. La complessa ideologia fatta di nazionalismo esasperato e di un tentativo di conciliazione tra Islam e positivismo portò i Giovani Turchi a indicare nei cristiani dell’Impero un potenziale nemico alla sua unità, che solo nella progressiva assimilazione alla nazione dominante avrebbe potuto trovare coesione.

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Questa ideologia incendiaria provò a trovare giustificazione nel fatto che, tra XVIII e XIX secolo, nei territori mediorientali dell’Impero potenze europee come Russia e Francia si erano fatte garanti delle comunità locali cristiane, utilizzando questa possibilità come strumento di soft power per rendere il regime delle “capitolazioni” una proiezione di influenza regionale. Più volte questo fatto era stato strumentalizzato per far ricadere sui cristiani la colpa per il regresso politico dell’Impero, la sua debolezza di fronte alle potenze stranieri, la sua fragilità interna. L’autorità imperiale di Istanbul, a fine XIX secolo, trovò a sua volta nell’ostilità contro i cristiani un pretesto per riaffermare un’agenda di ordine opposto, quella della sempre più farinosa volontà di garantire l’unità panislamica. In questo contesto mautrarono i “massacri hamidiani”, in cui tra il 1894 e il 1896 da 80 a 300mila cristiani armeni e assiri furono uccisi in una sequela di pogrom.

Ma è solo quando alla miscela tossica di nazionalismo esasperato e fanatismo etnico del governo dei Giovani Turchi (dal 1913 al potere in un regime monopartitico guidato dal triumvirato dei “tre Pasha”, Talat, Enver, Ahmed) si aggiunse lo scoppio della Grande Guerra che i progetti di annientamento trovarono un’applicazione su larga scala. I cristiani di varie fedi, abitanti millenari di terre in cui avevano convissuto con grande capacità di adattamento con diversi dominatori alternatisi tra l’Anatolia e il Medio Oriente, iniziarono a essere visti come agenti di potenze straniere nemiche della Turchia, potenziali focolai di rivolta nel decadente impero, a esser ritenuti nemici in quanto tali. Distruzioni di villaggi, marce della morte nel deserto, esecuzioni di massa: i tre genocidi presentano una sequela continua di episodi di questo tipo, in una drammatica riproposizione di quello che si è sviluppato come un processo in grado di autoalimentarsi, in una spirale di violenza crescente.

“Ucciderò ogni uomo, donna e bambino cristiano”, affermò il 19 aprile 1915 il governatore di Van di fronte alla prospettiva di ribellione della città abitata dagli armeni; in Mesopotamia la tenace ribellione di numerose comunità cristiane, guidate dall’imprendibile generale Agha Petros, andò di pari passo con la campagna di sterminio operata dai turchi, che arrivarono a sconfinare nel territorio della neutrale Persia per distruggere i villaggi di un’etnia ritenuta nemica; i pogrom anti-greci in Anatolia proseguirono anche dopo la fine della guerra, sulla scia di nuovi e ripetuti scontri greco-turchi.

Questi genocidi, a cui si associarono centinaia di migliaia di morti per le carestie e i disastri naturali collegati alla guerra, furono un campanello d’allarme per quello che il Novecento sarebbe stato e il più grande caso di persecuzione anti-cristiana della storia umana. Larga parte di questa storia è ancora sottaciuta, tenuta nascosta per non urtare la sensibilità politica di quella Turchia divenuta oggi attore chiave sull’asse euro-atlantico e mediterraneo. A oltre un secolo di distanza, mentre i cristiani nelle terre che furono in passato ottomani vivono ancora una grande tribolazione, il ricordo di queste sofferenze e delle capacità di comunità antiche di proseguire la loro storia nonostante la sistematica campagna di annientamento ottomana e un susseguirsi di crisi politiche e sociali nei decenni successivi ci è di lezione e di monito. Di lezione, per insegnarci a capire al meglio quanti drammi abbiano contraddistinto il XX secolo. Di monito, perché ricordiamo l’importanza di aiutare comunità che sono fratelli della civiltà europea e testimoni di un passato di incontro e dialogo che neanche la marea della storia ha potuto sommergere.