Nessuna pietà per gli uiguri. È questo l’ordine che nel 2014 fu impartito da Xi Jinping in persona ai funzionari dello Xinjiang per combattere le piaghe del terrorismo e del separatismo, molto attive in questa problematica regione relegata nell’estrema periferia dell’ex Impero di Mezzo. Qui, tra il deserto di Taklamakan e le antiche rotte della Via della Seta, vivono gli uiguri, una delle 56 minoranze etniche cinesi. La loro particolarità è quella di essere turcofoni e musulmani, ed è proprio per questo motivo che sono considerati pericolosissimi da Pechino, che non vuole assolutamente avere a che fare con alcun focolaio di tensione nel suo territorio. Gli uiguri vivono seguendo una cultura diversa da quella presente in Cina: non scrivono usando i caratteri cinesi, sono musulmani, mangiano cibi halal e molti di loro neppure si sentono cinesi. Se in un contesto del genere, già al limite della sopportazione per il governo centrale cinese, aggiungiamo anche l’infiltrazione di alcuni terroristi islamici, si capisce perché il Partito comunista cinese (Pcc) veda gli uiguri come il fumo negli occhi. In altre parole, l’allarme terrorismo è stato il pretesto ideale che ha spinto Pechino a mettere in atto una durissima repressione.

I dettagli sulla repressione degli uiguri nello Xinjiang

Per mesi inchieste e reportage hanno denunciato gli abusi commessi dalle autorità cinesi a danno degli uiguri, le continue violazioni dei diritti individuali degli abitanti dello Xinjiang, il loro sfruttamento all’interno di campi di prigionia, episodi di tortura e pene detentive ingiustificate. La Cina ha sempre negato tutto, attaccando l’Occidente di utilizzare la leva dei diritti umani per screditare un sistema adottato per aiutare gli stessi uiguri a fuggire da ogni estremismo. La situazione, adesso, è destinata a cambiare perché il New York Times è entrato in possesso di una serie di documenti riservati che inchiodano Pechino. Per la prima volta, la campagna di repressione degli uiguri nello Xinjiang è testimoniata non da giornalisti stranieri, bensì da 403 pagine di documenti interni al Pcc. I fogli illustrano la strategia del governo cinese nei minimi dettagli. Una strategia basata sulla “repressione sistematica della cultura uigura“, su campi d’internamento e rieducazione e prigioni.

Le istruzioni di Xi

La fuga dei documenti, una delle più corpose mai avvenute all’interno del sistema politico cinese, ha scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora. Nel mirino del Pcc, circa un milione tra uiguri, kazaki e altre minoranze musulmane dello Xinjiang. Il governo cinese ha più volte definito ufficialmente i suoi sforzi nella regione come una “campagna per contenere l’estremismo”, ma i file sembrerebbero dimostrare ben altro. Il partito avrebbe organizzato arresti di massa, fatto scomparire nei campi intere famiglie e separato genitori dai propri figli. Il New York Times aggiunge che tutte queste direttive sono farina di Xi Jinping, all’epoca capo del partito. Sarebbe stato dunque l’attuale presidente cinese a istruire, cinque anni fa, i funzionari dello Xinjiang con discorsi privati all’indomani delle sanguinose rivolte compiute da alcuni estremisti uiguri. Per sradicare la radice dell’estremismo islamico, Xi avrebbe chiesto agli amministratori locali di mettere in atto “una lotta totale contro il terrorismo” usando gli “strumenti della dittatura” e senza mostrare “assolutamente nessuna pietà”. Alcuni funzionari non convinti del piano ordinato dall’alto sarebbero stati imprigionati o rimossi dalle loro cariche.