Nella biblioteca dell’American University a Yola, nord est della Nigeria, quattro ragazze parlano, si confidano. Hanno capelli raccolti, anelli, orecchini e sorrisi difficili da decifrare. Sono volti che a un primo sguardo appaiono rilassati e che sembrano rincorrere la speranza: ma non è così perché hanno qualcosa di recondito, un dolore profondo soppesato in silenzi improvvisi e in occhi che spesso si stagliano contro il vuoto. Si chiamano Marta, Glory, Mary e Grace: hanno dai 17 ai 19 anni e sono 4 studentesse che la notte del 14 aprile del 2014 erano nel collegio di Chibok. La notte in cui un commando di Boko Haram ha fatto irruzione nell’istituto e ha rapito 276 studentesse; loro sono tra le poche che sono riuscite a mettersi in salvo.

La più grande del gruppo, Marta, ricorda così quel momento: “Era notte e a un certo punto abbiamo sentito delle urla; all’inizio non capivamo cosa stesse succedendo perché c’erano uomini armati che dicevano di essere dell’esercito e che erano venuti ad aiutarci”. Poi, dopo aver preso fiato prosegue: “Non avevano però delle divise, o meglio, solo alcuni indossavano delle divise; altri erano in abiti civili, altri ancora indossavano delle sciarpe che coprivano loro il volto. Ed è stato osservando queste figure che abbiamo iniziato a insospettirci e poi, quando abbiamo sentito le urla Allah u Akbar, non abbiamo più avuti dubbi: erano i terroristi di Boko Haram”.

Quello che è accaduto quella notte è storia nota: le studentesse rapite, il villaggio isolato, la polizia senza le forze per reagire, le giovani portate nella foresta di Sambisa, i videomessaggi, le lacrime dei genitori e gli appelli del mondo intero che ha abbracciato la campagna mediatica lanciata da Michelle Obama, racchiusa nello slogan “bring back our girls”. Ma l’angoscia, il terrore puro, senza filtri, ritrova la sua violenza nelle parole delle ragazze: «Noi siamo riuscite a nasconderci e a salvarci, ma quella notte ce la ricorderemo sempre. E soprattutto non scordiamo le nostre amiche». Interrogate su che cosa vorrebbero dire a quegli uomini dal volto coperto e votati a un’eresia di morte, se avessero modo di mandare loro un messaggio, all’unisono rispondono: “Perché? Questo vogliamo chiedere: perché fanno tutto questo? Perché le donne, i bambini, la gente comune? Perché gli innocenti?”

Le domande delle ragazze, a distanza ormai di quattro anni dall’incontro nell’ateneo statunitense nel nord est della Nigeria, sono tuttora orfane di risposte. Ciò che invece è evidente è stato l’affermarsi della violenza della setta jihadista Boko Haram nel nord della Nigeria. A metà dicembre 2020 gli islamisti africani hanno infatti rivendicato di essere loro gli autori di un’altra azione efferata: il rapimento di oltre 300 studenti nello Stato di Katsina, nel Nord-Ovest del Paese. “Siamo noi i responsabili di quanto successo a Katsina ha detto il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau -. Quanto successo è stato fatto per promuovere l’Islam e scoraggiare le pratiche non islamiche, poiché l’istruzione occidentale non è il tipo di educazione consentito da Allah e dal Suo Santo Profeta”.

A distanza di poco più di un lustro dall’episodio di Chibok, l’incubo del rapimento di studenti innocenti è ritornato ad affacciarsi prepotentemente. E la formazione terroristica, nata nel 2009 a Maiduguri, ha dimostrato ancora una volta, con quest’azione, di non avere né scrupoli né pietà alcuna nei confronti di tutti coloro che non abbracciano il fondamentalismo islamico; in particolar modo gli islamici moderati, le forze armate governative e i cristiani, considerati da Shekau e dai suoi uomini dei nemici infedeli da combattere senza tregua.

Per sostenere i cristiani che soffrono potete donare tramite Iban, inserendo questi dati:

Beneficiario: Aiuto alla Chiesa che Soffre ONLUS
Causale: ILGIORNALE PER I CRISTIANI CHE SOFFRONO
IBAN: IT23H0306909606100000077352
BIC/SWIFT: BCITITMM

Oppure tramite pagamento online a questo link

La setta jihadista, il cui significato in lingua hausa significa “l’educazione occidentale è proibita», è nata nel 2009 e già un anno dopo, con gli attentati compiuti il giorno di Natale nelle chiese di Maiduguri e Jos, ha dimostrato la volontà di colpire e perseguitare i cristiani. La formazione terroristica ha perfezionato di anno in anno la propria capacità militare, gli attentati si sono moltiplicati e Shekau ha pietrificato l’opinione pubblica internazionale lanciando messaggi dai contenuti esecrabili: “Mi piace uccidere chiunque Allah mi ordini di uccidere. Mi piace uccidere i nemici del mio Dio come mi piace uccidere i polli e i montoni”.

A inizio 2015 si è verificata una recrudescenza delle azioni di Boko Haram e il gruppo ha incominciato a servirsi dei bambini come kamikaze. A Maiduguri e a Potiskum bimbe di 8-10 anni, imbottite di esplosivo, sono state obbligate a farsi saltare nei mercati. Il totalitarismo del dolore si è impossessato del nord della Nigeria e quando il 7 marzo 2015 Shekau ha dichiarato l’adesione al Califfato di Al Baghdadi dando così vita alla “Provincia Occidentale dello Stato Islamico”, il pensiero comune è stato che nel nord est del Paese si fosse ormai instaurato un fortilizio del terrore impossibile da espugnare.

Negli anni, il governo di Abuja e gli esecutivi dei paesi confinanti hanno organizzato missioni militari per sconfiggere la formazione islamista, ma i mujaheddin di Boko Haram si sono rivelati in più occasioni dei professionisti della resurrezione capaci di organizzarsi e contrattaccare anche nei momenti più critici, tanto che il gruppo ora è operativo anche in tutto il bacino del Lago Ciad. Le azioni dei terroristi islamici ad oggi hanno causato 36mila morti e l’esodo di oltre 2 milioni di persone, numeri che da soli riescono a dare la dimensione della tragedia che si sta consumando nel nord del Paese più popoloso d’Africa.

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY