La risoluzione della crisi nella città ribelle di Hong Kong rappresenta una priorità per l’agenda interna di Xi Jinping, anche alla luce del rischio che possa crearsi un legame pericoloso fra i manifestanti e i separatisti uiguri dello Xinjang e che il consolidamento dello stallo possa dar vita ad un effetto-contagio sfruttabile dagli Stati Uniti per minare l’unità nazionale di Pechino.

Un ruolo rilevante nella normalizzazione delle relazioni fra lo stato centrale e la città a statuto speciale sarà giocato dal Vaticano, alla luce dell’elevata influenza ivi esercitata dal cristianesimo a livello sociale e culturale e dei risultati di breve, medio e lungo termine che l’attuale pontificato intende conseguire in Cina.

I cristiani di Hong Kong

Hong Kong è il cuore pulsante della cristianità nella Cina continentale: dal 2014 al 2019 il numero di abitanti aderenti ad una confessione cristiana è passato da 870mila ad oltre un milione. Ma l’importanza della cifra è pienamente comprensibile soltanto rapportandola alla popolazione totale della città, che si attesta sui 7 milioni e 300mila; ciò significa che un hongkongese su 7 è cristiano.

La comunità cristiana della città è polarizzata in due blocchi: da una parte i protestanti, maggioritari di pochi percentuali e sostanzialmente appartenenti all’anglicanesimo o all’evangelicalismo, dall’altra i cattolici. Mentre i primi hanno tradizionalmente manifestato un’aperta ostilità verso il governo centrale, partendo dai pastori fino ad arrivare ai semplici fedeli, i secondi alternano cooperazione e scontro sulla base della linea papale.

Sono protestanti i protagonisti delle manifestazioni di massa che dagli anni 2010 stanno rendendo sempre più difficile l’esercizio del controllo di Pechino sulla città, come il giovane Joshua Wong, che è di fede evangelica, ed il reverendo battista Chu Yiu Ming, che è stato fra i fondatori dei movimenti di disobbedienza civile Occupy Central e degli “ombrelli”. L’impronta cristiana è tale che l’Alleluia risulta una delle canzoni più cantate nel corso delle proteste.

Inoltre, un fattore da non sottovalutare è la presenza cristiana all’interno delle università, che sono le incubatrici della futura classe dirigenziale. Stando allo Hong Kong University Grant Committee, circa un quarto degli studenti è cristiano (25%), per la maggior parte protestanti. Si tratta di una percentuale considerevole, la cui importanza è ulteriormente incrementata dal fatto che gli studenti cristiani sono più propensi a manifestare contro il governo centrale rispetto ai seguaci di altre religioni e manifestano quotidianamente tale attitudine, avendo un quasi-monopolio nella guida di organizzazioni civiche e studentesche e nella gestione di campagne di sensibilizzazione e contro-informazione.

Il ruolo del Vaticano

I cattolici hongkongesi, contrariamente agli omologhi occidentali, si caratterizzano per gli alti tassi di partecipazione alle funzioni religiose e per la forte resistenza ai processi di secolarizzazione, ragioni per cui sono un monolite sociale di primo piano allo stesso modo delle controparti protestanti. Influenza e coesione sono degli strumenti preziosi e il Vaticano può, e vuole, utilizzarli per avere una leva di pressione da esercitare nei confronti di Pechino.

A gennaio dell’anno scorso moriva il vescovo di Hong Kong, Michael Yeung Ming-cheung, e da allora il trono è vacante. Nelle stanze dei bottoni vaticane si è discusso molto della successione, soprattutto perché avvenuta in un momento delicato per la città e per le relazioni bilaterali con la Cina, e la squadra di Xi ha seguito da vicino gli sviluppi per capire quali fossero i nomi papabili.

Dopo un processo di selezione durato un anno, il Papa avrebbe deciso di eleggere Peter Choy Wai-man, ma l’annuncio continua ad essere ritardato perché la scelta sarebbe fonte di malumori all’interno della diocesi di Hong Kong, sulla quale grava l’astro esercitato dal cardinale ed ex vescovo Joseph Zen. Quest’ultimo, che fu fatto cardinale da Benedetto XVI, è uno dei più aspri detrattori dell’attuale pontificato e ritiene siano degli errori l’accordo preliminare sulla nomina dei vescovi e l’idea di un viaggio apostolico a Pechino.

Se Choy fosse realmente confermato alla guida della diocesi, significherebbe che il Papa ha deciso di fiancheggiare la Cina, perché l’uomo è ritenuto un simpatizzante del Partito Comunista in virtù del suo ruolo di ponte fra Hong Kong e le altre diocesi nazionali e delle sue posizioni defilate durante l’apice delle proteste.

L’implicazione di un vescovo vicino a Pechino, su ordine del Papa, è palese ed immediata: la chiesa cattolica potrebbe invitare i fedeli a boicottare le proteste, che risulterebbero significativamente ridimensionate ed espressione di determinate categorie. Al tempo stesso è vero, però, che il Vaticano potrebbe decidere di restare all’interno dell’arresto civile, alimentandone la continuazione, se neanche l’elezione di un vescovo filo-Pechino dovesse convincere Xi ad allentare la morsa persecutoria contro i cristiani. In tal caso, il pontefice ha già pronto il piano b: la nomina di Joseph Ha Chi-shing, un seguace del cardinale Zen e fra i capofila delle proteste antigovernative.

Una cosa è certa: gli Stati Uniti non sono l’unico giocatore interessato alla partita di Hong Kong, e neanche il più influente, perché è nelle chiese cattoliche e protestanti che si sta scrivendo il destino della città.