Parla da un letto di ospedale di Karachi, Binish Paul, la ragazza diciottenne di fede cristiana, che all’inizio di agosto è stata gettata dal secondo piano del suo palazzo da un ragazzo musulmano, Taheer Abbas. È ancora immobilizzata dopo il folle gesto di cui è stata vittima. La furia dell’uomo le è costata gravi fratture alle gambe e alla spina dorsale.

Ma nonostante le sue condizioni di salute, Binish non perde il coraggio per denunciare ancora una volta il suo aguzzino. “Ha detto che voleva sposarmi e mi ha chiesto di convertirmi all’Islam”, dice la giovane al suo avvocato, Tabassum Yousaf, ricostruendo minuto per minuto quel tragico giorno.

“Quando io ho rifiutato la proposta di matrimonio si è arrabbiato ed è venuto a casa con una pistola, ha minacciato di uccidere me, mio fratello e i miei genitori”, racconta. A quel punto Binish tenta di bloccare il ragazzo ma lui la carica su di sé e la scaraventa giù dal secondo piano del suo palazzo. “Mi ha dato un pugno e mi ha gettato dal balcone”, conferma la giovane, ancora sotto choc per quanto accaduto.

“Era venuto per sparare a me, a mio fratello e ai miei genitori – ripete – era venuto per ucciderci”. La famiglia della ragazza ha subito denunciato il giovane musulmano, ma, racconta l’avvocato alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, ha trovato davanti a sé un muro di gomma. “Ottenere giustizia se si appartiene ad una minoranza religiosa è molto difficile in Pakistan”, spiega il legale della giovane. Dipendenti pubblici, polizia e magistratura, subiscono infatti forti “pressioni da parte dei partiti politici”, che nel Paese sono in maggioranza di orientamento musulmano conservatore.

Questo fa sì che le denunce relative a casi come quello di Binish siano pochissime. Spesso, infatti, spiega l’avvocato, “sono in molti ad avere paura perché la comunità musulmana minaccia di violentare e uccidere anche le altre donne della famiglia”. Gli stessi familiari di Binish sono stati oggetto di intimidazioni da parte della famiglia dell’aggressore, che grazie al lavoro del legale della ragazza, è finito dietro le sbarre.

Tra i principali ricatti subiti dai cittadini appartenenti a minoranze religiose c’è quello della denuncia per blasfemia, che qualunque musulmano può presentare qualora ritenga che sia stato oltraggiato il nome del profeta Maometto. Un’accusa, questa, alla quale spesso seguono processi sommari che si concludono quasi sempre con la condanna del presunto colpevole, che può pagare con il carcere o addirittura con la vita, come dimostra il caso di Asia Bibi, condannata a morte e in cella dal 2009 con questo capo di imputazione.

Casi come quello di Binish, nel Pakistan a maggioranza musulmana, sono sempre più frequenti. “Fino a 30 ogni anno”, riferisce l’avvocato alla fondazione che si occupa di assistere i cristiani perseguitati nel mondo. Forse anche di più, considerando la difficoltà che le donne devono affrontare per portare alla luce storie come questa.