Lo ha definito “un punto di partenza”, un accordo che non ha a che fare con la politica ma con il desiderio di “consolidare un orizzonte internazionale di pace”. Il Segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha cercato di fare chiarezza in merito all’intesa provvisoria tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare cinese sulla nomina dei vescovi in Cina. Nonostante i molteplici avvertimenti di Mike Pompeo, Parolin ha ribadito che da parte del Vaticano c’è la volontà di prolungare l’accordo ad experimentum, ovvero nell’attuale forma in modo tale da verificarne l’utilità nel futuro.

Lo stesso Parolin ha quindi precisato che il punto d’incontro raggiunto il 22 settembre 2018 concerne solo e soltanto la nomina dei vescovi e che le controversie sono nate dalla “riconduzione” al documento “di eventi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina che sono ad esso estranei”, oppure “da collegamenti con questioni politiche che nulla hanno a che fare con l’accordo stesso”. Dunque l’obiettivo della Santa Sede sembrerebbe essere quello di partire dal tema dei vescovi per poi estendere progressivamente il discorso alle altre criticità inerenti la Chiesa cattolica in terra cinese.

Eppure gli Stati Uniti non sono affatto soddisfatti della posizione assunta dal Vaticano. La prova più evidente è data dallo scontro al vetriolo tra Washington e la Santa Sede, con il Segretario americano Pompeo che si è dovuto accontentare di incontrare il suo omologo Parolin ma non Papa Francesco (che non sarebbe solito ricevere personalità di spicco a ridosso di importanti appuntamenti elettorali). Insomma, da una parte troviamo l’America di Donald Trump, che vorrebbe attirare a sé il Vaticano per isolarlo dalla Cina, grande nemico geopolitico della Casa Bianca; dall’altra ci sono gli interessi della Santa Sede, desiderosa, invece, di rafforzare i rapporti con Pechino e andare oltre ogni questione geopolitica.

Una relazione complessa

A ben vedere non sono complesse soltanto le relazioni tra Cina e Vaticano ma anche – e soprattutto – quelle tra Santa Sede e Stati Uniti. Basti pensare che nei giorni che precedevano la trasferta italiana di Pompeo, lo stesso Segretario Usa aveva affidato i suoi pensieri alla rivista americana First Things. Il contenuto del suo intervento è apparso piuttosto duro. Ancora più velenosi sono invece apparsi i cinguettii del braccio destro di Trump, il quale aveva sostanzialmente scritto che, in caso di rinnovo dell’accordo con la Cina, il Vaticano avrebbe messo a rischio la sua autorità morale.

Il risultato degli interventi di Pompeo è quello di aver prodotto un effetto contrario a quanto auspicato dalla Casa Bianca. Non solo la Santa Sede non ha cambiato idea, ma ha pure ribadito come la sua intenzione sia quella di approfondire i rapporti con il Dragone. Come se non bastasse, Parolin ha letteralmente snobbato il discorso tenuto da Pompeo al summit organizzato dall’ambasciata americana in Vaticano e dedicato alla promozione e difesa della libertà religiosa attraverso la diplomazia. Detto altrimenti, la Santa Sede non ha affatto gradito l’operazione statunitense di demonizzare la Cina sventolando il tema della religione.

Gli errori di Pompeo

Se analizziamo l’atteggiamento avuto dagli Stati Uniti, notiamo come Pompeo abbia fatto poco per evitare lo scontro frontale con il Vaticano. Fin dai primi moniti appariva evidente come il Segretario di Stato americano pretendesse che la Santa Sede stracciasse un accordo considerato quasi immorale. Per quanto riguarda la strategia adottata da Washington, Pompeo, ammonendo indirettamente il Papa, ha evidentemente strizzato l’occhio all’elettorato americano evangelico e conservatore.

Il problema è che ha usato toni troppo forti, accarezzando persino il principio di separazione tra Chiesa e Stato. Dulcis in fundo, è apparso altrettanto evidente come l’amministrazione Trump non sia stata in grado di comprendere in toto la mossa del Vaticano. Il Papa non ha alcuna intenzione di legittimare questo o quel governo, quanto di garantire l’unità della Chiesa nel mondo. Che l’accordo sino-vaticano sia incompleto e da migliorare è indubbio. Ma, da qui a mettere in discussione la moralità del Papa in nome dei valori professati dall’America, c’è un abisso. Lo stesso che potrebbe risucchiare Pompeo e chi lo ha fin qui consigliato sugli affari ecclesiastici.

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