Gli attacchi a Francesco sull’Ucraina come quelli a Wojtyla sull’Iraq. Ma nel 2003 aveva ragione il Papa…

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

“C’è ancora tempo per negoziare; c’è ancora spazio per la pace; non è mai troppo tardi per comprendersi e per continuare a trattare”. Oppure: “Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità”. Papa Francesco? Stiamo parlando di Russia e Ucraina? No. San Giovanni Paolo II alla vigilia dell’invasione anglo-americana dell’Iraq che tra pochi giorni compirà 21 anni.

Proprio come ha fatto Papa Francesco con il cardinale Matteo Zuppi, inviato a Kiev e Mosca, anche San Giovanni Paolo II mandò un proprio rappresentante, il cardinale Pio Laghi, al potente di turno, in quel caso il presidente Usa George Bush, con una lettera di suo pugno. Narrano le cronache dell’incontro che Bush prese la lettera del Papa e la posò su un tavolino senza nemmeno aprirla. Poi cominciò un piccolo comizio pro-guerra (Laghi lo definì, con un pizzico di perfidia, “un sermone“) condito di frasi come “Dio lo vuole!”. A un certo punto, esperto, il cardinale interruppe il Presidente e gli disse che, da parte del Papa, voleva considerasse tre argomenti: primo, il conflitto avrebbe causato molte vittime da entrambe le parti; secondo, avrebbe condotto a una guerra civile; terzo, gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di entrare in guerra ma avrebbero avuto molta difficoltà a uscirne. Com’è come non è, andò proprio così.

Tutte le volte che un Papa fa il Papa, tutte le volte che un religioso mette il naso fuori dalla sagrestia, c’è qualcuno che si arrabbia e gli ricorda che, perbacco, lui sì che la sa lunga. Anche adesso, con le dichiarazioni di Papa Francesco a proposito di guerra in Ucraina e guerra a Gaza, si è sollevato il coro delle prefiche del bellicismo. Che non capiscono due cose.

Una riguarda il Papa. Avrà pure sbagliato a usare la metafora della bandiera bianca, ora che gli ucraini sono in difficoltà (e comunque fa un po’ specie l’improvvisa mania filologica su media che a proposito di questa guerra hanno scritto le più immonde stupidaggini). Ma il senso del suo discorso era chiarissimo ed è il discorso di sempre della Chiesa cattolica: la guerra no; in nessun caso; mai. La guerra è il peggiore dei mali, il male senza ritorno. Quindi è il primo pericolo da evitare o il primo evento da controllare. Se qualcuno crede che Francesco abbia improvvisato, vada a rileggersi l’intervento di Paolo VI all’Onu nel 1965 (primo Papa alle Nazioni Unite), scandito dal grido-preghiera “Mai più la guerra!”. Lo stesso grido-preghiera ripreso e ripetuto da papa Woytjla alla vigilia dell’invasione dell’Iraq nel 2003 (chi scrive era a Baghdad e può assicurare che fece un certo effetto sentirlo in televisione), lo stesso Papa che aveva detto no alla prima Guerra del Golfo (1991) e poi alla guerra contro la Jugoslavia (1999). Proprio come ha fatto Francesco negli ultimi anni con qualunque conflitto in qualunque parte del mondo.

La seconda cosa che non viene capita è che, come aveva ragione Wojtyla a pronosticare (e peraltro non era l’unico: l’allora presidente egiziano Mubarak, per esempio, disse “Se invadete l’Iraq al posto di un Osama Bin Laden ne avrete cento”), potrebbe aver ragione Papa Francesco a invitare al negoziato, i russi (gli aggressori, come ha poi ricordato anche il cardinale Parolin, segretario di Stato vaticano) ma anche gli ucraini (gli aggrediti). Perché la guerra va come va, in questa fase a favore dei russi. Perché gli Usa e l’Europa hanno il fiato corto nel sostegno militare all’Ucraina. Perché l’Ucraina, che aveva 52 milioni di abitanti nel 1991 (l’anno dell’indipendenza) ora ne ha 28, e forse solo la legge marziale in vigore impedisce un’ulteriore fuga dal Paese. Perché l’Ucraina, che anche prima della guerra era con la Moldavia il Paese più povero d’Europa, oggi è un Paese annichilito nel tessuto sociale e nell’economia, un Paese che sopravvive solo grazie agli aiuti internazionali. In altre parole: per dare una lezione alla Russia potremmo anche perdere l’Ucraina e il suo popolo. Ragionare se ne valga la pena o no, non è disfattismo. Nella peggiore delle ipotesi è buon senso. Nella migliore è politica.

Il vero problema, a questo punto, è che gli unici poco interessati a trattare sembrano i russi. Lo ha spiegato molto bene Vladimir Putin: “Vogliamo, lo ripeto, risolvere tutte le controversie, e anche questa disputa, questo conflitto, con mezzi pacifici. Siamo pronti per farlo. Lo vogliamo. Ma questo dovrebbe essere un confronto serio che garantisca la sicurezza della Russia. Quel che ci interessa è la sicurezza della Russia. Noi partiamo da qui. Non vorrei dirlo, ma non mi fido di nessuno. A noi servono garanzie. E le garanzie devono essere precise, devono essere quelle che fanno al caso nostro e nelle quali crediamo. È di questo che stiamo parlando. Ora è probabilmente prematuro parlare pubblicamente di cosa potrebbe trattarsi. Ma certamente non accetteremo promesse vuote”.

Di fatto la Russia ora detta le condizioni. E personalmente credo, come ha detto il direttore della Cia William Burns durante un’audizione al Senato Usa, che sia indifferente all’inizio o meno di un negoziato. Credo però che la Russia non abbia mai pensato di prendersi tutta l’Ucraina ma solo quella parte che le interessa: ovvero, la fascia costiera Nord-Sud che andrebbe a costituire la cosiddetta Novorossija. All’ottenimento del risultato manca soprattutto la conquista di Odessa che, sa cadesse, priverebbe l’Ucraina di qualunque sbocco al mare. Ed è dunque possibile prevedere che da quelle parti, cioè al Sud, la situazione sia destinata a peggiorare.

Ma comunque sia, i casi sono due. O continuiamo a raccontarci, come giustamente fa il presidente ucraino Zelensky, che la Russia sarà sconfitta e umiliata e tutti i territori finora occupati con la forza dai russi, Crimea compresa, saranno restituiti all’Ucraina (e mi piacerebbe sapere chi, oggi, sarebbe disposto a scommetterci mille euro), e agiamo di conseguenza. Oppure ammettiamo che questa guerra sarebbe stato meglio soffocarla fin dall’inizio. Con quel “negoziato” che, due anni fa, era considerato una bestemmia e che adesso, sotto sotto, piacerebbe a (quasi) tutti.