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Emmanuel Macron sarà chiamato ad affrontare la prova della storia nel 2022, anno delle prossime presidenziali. Per l’inquilino dell’Eliseo, alla ricerca di un secondo mandato, sarà il momento della verità: ottenere una rielezione, infatti, equivarrebbe a dotare il macronismo di quella dimensione storica necessaria a renderlo tramandabile alla posterità, che lo leggerebbe e accoglierebbe come l’ultimo parto della grandeur al pari di Illuminismo, bonapartismo e gollismo.

Il macronismo non è soltanto politica estera, è un pensiero onnipervasivo che ha l’ambizione di avvolgere e plasmare Francia, Europa e spazio francofono ex coloniale, ragion per cui il presidente ha formulato e implementato programmi, strategie e piani d’azione in una miriade di aree e settori, in particolare cultura, economia, etica, lingua, patriottismo e religione. Ed è precisamente nei riguardi della religione che Macron è riuscito laddove i predecessori hanno fallito: avviare la costruzione di un islam francese.

La rinnovata instabilità per le strade francesi, che ha raggiunto l’apogeo lo scorso ottobre, si è rivelata un’occasione propizia per Macron: la lotta al cosiddetto separatismo islamista è stata inaugurata in tempo per le presidenziali e sta venendo condotta nella modalità e nella forma ritenute più idonee dall’Eliseo. Il programma sta procedendo a passo spedito: alla stretta su luoghi di culto, siti di ritrovo e associazioni islamiche, ha fatto seguito il più importante degli atti, ovvero la sottomissione ufficiale della massima autorità musulmana di Francia ai valori della Republique.

La carta dei valori repubblicani

Il Consiglio Francese del Culto Musulmano (CFCM, Conseil français du culte musulman) ha risposto all’appello lanciato da Macron lo scorso novembre riguardante l’assunzione di un impegno concreto a supporto dell’unità nazionale. I vertici dell’ente, al termine di una sessione negoziale durata diverse settimane, hanno raggiunto un accordo nella serata di domenica per mostrare il loro “impegno netto, chiaro e specifico a favore della Repubblica”.

L’accordo ha assunto la forma di un documento, la “carta dei principi dell’islam”, che è stato firmato, approvato e adottato seduta stante da cinque degli otto enti che compongono il Cfcm e che fungerà da testo fondativo di un nuovo islam: francese, repubblicano, moderato, aperto alla riforma e incline ad accettare le istanze di cambiamento chieste dall’alto e dal basso su temi come integrazione, laicità, terrorismo e uguaglianza tra i sessi.

Nel testo si afferma in primo luogo la “compatibilità della fede musulmana con i principi della Repubblica”, di cui se ne rigetta “la strumentalizzazione per fini politici”, dopo di che trova spazio la denuncia di inconciliabilità tra islam e razzismo, antisemitismo, infibulazioni, matrimoni forzati e certificati di verginità per le spose.

Ultimo ma assolutamente non meno importante, la carta ricorda agli imam che le moschee sono dei luoghi di culto e “non sono [state] create per diffondere discorsi nazionalisti in difesa dei regimi stranieri” e che “il principio di uguaglianza davanti alla legge obbliga tutti i cittadini, compresi i musulmani, a vivere rispettando le leggi della Repubblica che sono garanti dell’unità e della coesione del Paese”; un vero e proprio giuramento di fedeltà alla Francia.

Che il testo rappresenti il primo passo verso la “nazionalizzazione dell’islam” è stato lo stesso Macron a ribadirlo a latere di un incontro avvenuto il giorno dopo con Mohamed Moussaoui, il presidente del Cfcm, durante il quale è stato annunciato che prossimamente vedrà luce il “Consiglio [nazionale] degli imam […] il cui lavoro consisterà nell’unire gli imam, chiarire il loro statuto e la loro missione e proteggerli da coloro che si autoproclamano imam”.

La lotta al separatismo islamista

Sullo sfondo delle trattative fra Eliseo ed enti di rappresentanza della realtà musulmana di Francia per la costituzione di un islam nazionale, procedono le campagne di azione e indagine contro il cosiddetto separatismo islamista. Le autorità hanno stilato un elenco di imam stranieri – trecento chierici provenienti (e retribuiti) da TurchiaMarocco e Algeria – potenzialmente o realmente pericolosi per la sicurezza nazionale, per via dei sermoni e delle prediche di natura estremista, per i quali nei prossimi mesi potrebbero aprirsi le porte del rimpatrio coatto.

Inoltre, il 18 gennaio, mentre Moussaoui e Macron discutevano del traguardo raggiunto, nel Parlamento francese iniziavano ufficialmente i lavori per la formulazione di una legislazione sul contrasto all’islam radicale inclusiva di “misure che garantiscano la rigida separazione fra stato e Chiesa nella sfera pubblica”.

Procede, infine, anche la stretta sui luoghi considerati a rischio o la cui nocività è stata comprovata: dalle moschee ai centri culturali, dai siti ricreativi alle associazioni caritatevoli e alle organizzazioni nongovernative. Fra gennaio ed ottobre dell’anno scorso sono stati posti i sigilli su 73 siti (tra moschee, scuole private, centri culturali, attività commerciali e ong), azioni alle quali ha fatto seguito la redazione di un documento aggiornato, pubblicato il 27 novembre, attestante la necessità di sorvegliare 76 moschee, 16 delle quali concentrate nell’area parigina, presumibilmente coinvolte nella promozione del separatismo islamista. La reazione del Ministero degli Interni è stata perentoria: nove delle suscritte moschee sono state chiuse nella prima metà di gennaio, altre nove subiranno lo stesso destino a breve, e nell’elenco, nel frattempo, sono stati inseriti nuovi luoghi di culto da monitorare, facendo salire il loro numero a 89.

I numeri della lotta al separatismo islamista sono significativi e indicativi della serietà e della motivazione che stanno guidando i passi dell’Eliseo. La loro importanza, però, si può comprendere pienamente, poiché risaltante in maniera rutilante, soltanto a mezzo di un raffronto con il passato: fra il 2015 e il 2017 le moschee chiuse dalle autorità nell’ambito di operazioni antiterrorismo e anti-radicalizzazione erano state soltanto diciannove.

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