La Francia, patria del tradizionalismo cattolico ed europeo, vive la sua crisi di fede. L’immagine della cattedrale di Notre Dame che brucia come raffigurazione plastica del tramonto della civiltà occidentale: abbiamo imparato ad accettare l’utilizzo della simbologia europea che viene meno, anche in senso fisico, come allegoria dei tempi che corrono. Succede più o meno lo stesso con le parrocchie trasformate in supermercati nel nord Europa o con quelle che, addirittura, cambiano destinazione d’uso in moschee. Ma quando è il Papa della Chiesa cattolica – com’è successo tramite gli auguri rivolti alla Curia di Roma per le festività natalizie di quest’anno – ad avvertire, mediante argomentazioni che nella premessa sono apparse ratzingeriane ma che, per via della continuazione del ragionamento papale, hanno subito virato verso il progressismo, che quella a noi contemporanea non è più un’epoca cristiana, allora il contorno di un singolo episodio, come quello di Notre Dame, assume fattezze tanto realistiche quanto drammatiche.

Quando Jorge Mario Bergoglio ha pronunciato quella frase, ossia “non siamo più in un regime di cristianità, serve un cambio di mentalità della Chiesa”, il pontefice si è anche riferito, con toni “martiniani”, nel senso del cardinal Carlo Maria Martini, ad una sorta di cambio di paradigma: l’Ecclesia è troppo indietro per il Santo Padre. Per questo prima si parlava di progressismo: il vescovo di Roma pensa ad uno scatto più che ad una marcia indietro. E tutti gli ambienti ecclesiastici sono chiamati ad evolvere. Può essere una ricetta salvifica. In Francia, per anni, hanno pensato l’esatto contrario. L’ex arcivescovo di Buenos Aires, nel momento in cui ha dovuto scegliere il nuovo arcivescovo parigino, ha optato per Michel Aupetit, che è considerato un conservatore e che pone spesso gli accenti delle sue omelie sui “valori non negoziabili”. Ci si aspettava un nome differente. Uno magari più in linea con la pastorale di Bergoglio. Ma Oltralpe, e il Papa lo sa bene, bisogna fare i conti con il tradizionalismo di cui sopra. “Durante quest’anno, uno su cinque, ossia il 20 per cento dei nuovi preti in Francia appartengono a queste comunità: tre sono state le ordinazioni per l’Istituto del Buon Pastore, due per la Fraternità San Pietro e due anche per l’Istituto di Cristo Re e Sommo Sacerdote. Queste comunità inoltre possono contare su un notevole gruppo di sacerdoti giovani”. A scriverlo, come riportato da Settimana News nel 2018, è stata la Croix. E il trend sembra interessare anche altre zone del Vecchio Continente.

I “cugini” transalpini divengono così in grado di raccontare meglio di altri popoli occidentali quello che sta accadendo al cattolicesimo in Europa. La “minoranza creativa”, quella fedele ai dogmi e al Depositum Fidei, la stessa di cui aveva già parlato Benedetto XVI, avanza, mentre i cattolici tout court, nel senso di battezzati, diminuiscono in maniera graduale ma prospetticamente ineluttabile. Il bivio, per salvare la confessione cristiano-cattolica, è sempre lo stesso: legarsi mani e piedi al tradizionalismo o abbracciare il mondo mediante la fuoriuscita della Chiesa da se stessa. Se ne discute in ogni ambiente teologico. Sappiamo quale sia la versione fornita dal Santo Padre. Ma conosciamo pure qualche disamina di peso. Come quelle riportate da Il Foglio, in un articolo a firma di Mauro Zanon, che parla di un vero e proprio “sgretolamento” del cattolicesimo francese. Una ennesima spada di Damocle che pende sullo stato di salute della Chiesa.

Sì, certo, esistono casi di abusi sessuali, presunti o provati, che influiscono sulla fama delle istituzioni ecclesiastiche. Il cardinale Philippe Barbarin, ormai ex arcivescovo di Lione, si è presentato in Vaticano a metà del marzo scorso. Egli, che è un altro considerato un campione del tradizionalismo, si sarebbe voluto dimettere dopo la condanna in primo grado a sei mesi per “omessa denuncia di maltrattamenti”. Detta in altre parole: coperture o insabbiamenti. Ma il pontefice argentino vuole vederci chiaro. E Bergoglio ha ricusato quelle dimissioni. Ma il caso Barbarin, sempre se tutte le verifiche e le indagini successive alla prima sentenza dovessero confermare il quadro complessivo, è soltanto un altro dei simboli di una crisi, che sembra dipendere per lo più da ulteriori fattori.

Il cardinale Robert Sarah, che in Francia ha un ruolo di peso e che sempre in Francia usa rilasciare la maggior parte delle sue dichiarazioni, ha letto la situazione generale pure attraverso la seguente analisi: “La crisi che il clero, la Chiesa, l’Occidente e il mondo stanno vivendo è radicalmente una crisi spirituale, una crisi di fede in Dio. È una crisi antropologica; quella economico-sociale – ha aggiunto il cardinale, come si legge sul blog di Aldo Maria Valli – ne è solo un corollario: certamente drammatico, ma un corollario. Il declino della fede nella presenza effettiva di Gesù Eucaristia è al centro dell’attuale crisi e declino della Chiesa, specialmente in Occidente”. Un corollario, appunto, che in Francia sembra acquisire la dignità di teorema.

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