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Religioni

Francesco: l’eredità di un papato rivoluzionario

Il 21 aprile m2025 moriva Papa Francesco, una figura che in 12 anni di pontificato era divenuto un simbolo della Chiesa mondiale e non solo.

Il 21 aprile 2025, giorno del Lunedì dell’Angelo, moriva Papa Francesco e con lui veniva meno una figura che in dodici anni di pontificato era divenuto un simbolo della Chiesa mondiale e non solo. Il primo anno di Leone XIV, secondo pontefice venuto dal continente americano dopo Jorge Mario Bergoglio, sta istituzionalizzando e dando una cornice di ordinarietà a quella che, col senno di poi, può essere vista come una rivoluzione che ha cambiato la più antica istituzione religiosa al mondo e la politica internazionale.

La Santa Sede era già entrata profondamente negli affari del mondo globale come soggetto politico-diplomatico e la Chiesa cattolica si era spinta molto in profondità nel leggere “il segno dei tempi” con Papa Giovanni XXIII, il pontefice del Concilio Vaticano II e dell’apertura “agli uomini di buona volontà”, con Paolo VI, che fu il primo Papa a scoprire il mondo da pontefice regnante, con il lungo regno di Giovanni Paolo II, nocchiere della Barca di Pietro che affrontò il travaglio della fine della Guerra Fredda e l’esplosione della globalizzazione con tutte le sue contraddizioni e con il mite Benedetto XVI, Papa-teologo che lesse tra le righe della storia l’adattamento della dottrina sociale alle sfide della modernità.

Ma dal 2013 al 2025 Francesco ha condensato questi cambiamenti in una rivoluzione copernicana: la Chiesa di Francesco ha svestito l’eredità più abitudinaria che sostanziale che la vedeva come istituzione a trazione, nell’ordine, italiana, europea e occidentale; ha abbracciato le periferie esistenziali del mondo a scapito del radicamento curiale e romanocentrico; ha perseguito la pace in ogni teatro, dall’Africa alla Palestina passando per l’Ucraina; ha accelerato le sue riforme istituzionali in ottica di maggior trasparenza nella governance dei fondi e della risoluzione delle opacità interne.

Lo sviluppo integrale di ogni persona umana

Francesco ha regnato come, se non di più, di tutti i suoi recenti predecessori: argentino, peronista nello spirito, verticista, ha agito con strappi e gesti eclatanti presentandosi con dichiarazioni imponenti sulla pace, la misericordia (vera e propria chiave narrativa del suo periodo di dodici anni da Papa) e nuove frontiere quali l’ambientalismo. Ha trasformato la dottrina sociale in cabina di regia della visione del mondo della Chiesa cattolica, fustigato un’economia “antiumana” che “pensava di farci vivere sani in un mondo malato”, come disse nel marzo 2020 nella preghiera solitaria in Piazza San Pietro all’inizio della pandemia di coronavirus, in un momento entrato nella storia.

Francesco ha attraversato un’epoca provando a trasmettere delle “parole d’ordine” che hanno portato la Chiesa cattolica a voler svolgere la sua funzione teologico-spirituale senza trascurare la componente umana, diplomatica, antropologica che si è sostanziata, di fatto, in un impegno radicale per la conservazione del creato. Da intendersi come difesa dell’uomo dalle logiche del dominio e dello sfruttamento, dell’ambiente dalle tendenze distruttive, della pace globale dai “mercanti di morte” spesso denunciati da Bergoglio. Da qui la volontà di piazzare il Vaticano in testa al gruppo dei pacificatori in ogni scenario conflittuale, con l’attenzione decisiva data alla comunità cristiana di Gaza, sempre chiamata nell’ora più buia della guerra e del genocidio palestinese da Francesco, fino all’ultimo respiro. Nell’ultimo messaggio inviato, il giorno prima di morire, dalla Loggia di San Pietro per la benedizione pasquale, Francesco riassunse il senso di un pontificato intero:

Nessuna pace è possibile laddove non c’è libertà religiosa o dove non c’è libertà di pensiero e di parola e il rispetto delle opinioni altrui. Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo. La luce della Pasqua ci sprona ad abbattere le barriere che creano divisioni e sono gravide di conseguenze politiche ed economiche. Ci sprona a prenderci cura gli uni degli altri, ad accrescere la solidarietà reciproca, ad adoperarci per favorire lo sviluppo integrale di ogni persona umana.

Francesco pregò per Israele e la Palestina, per i cristiani di Libano e Siria, per l’Ucraina, il Congo, il Sudan, il Myanmar e tutti i teatri di guerra attivi nel mondo. Invocò “le armi della pace”. Dopo la sua morte Leone XIV ne ha raccolto il testimone. E con spirito diverso ne porta avanti l’eredità. La denuncia delle sofferenze del mondo diventa appello contro tendenze ritenute maligne di divisione delle società e dei popoli, con l’appello espresso il giorno dell’elezione: “il Male non prevarrà”. Nell’appello di Leone XIV, più mite di Francesco, per una “pace disarmata e disarmante” si legge l’appello dell’ultimo messaggio di Bergoglio. Pontefice di rottura i cui cambiamenti stanno venendo metabolizzati. Papa venuto “dalla fine del mondo” il cui maggior contributo è stato forse quello di denunciare come l’uomo stesse mettendo le premesse per la fine del mondo con la “Terza guerra mondiale a pezzi”. Ma avesse in sé, nelle comunità e nei popoli, le forze per prevenirla. Risvegliare questa forza è oggi la missione della Chiesa post-Francesco in cui la sua eredità vive.

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