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La Santa Sede e il Patriarcato di Mosca hanno annunciato che Papa Francesco e il Patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia, si incontreranno il 12 febbraio prossimo, all’aeroporto internazionale José Martí dell’Avana. Il colloquio durerà due ore e, alla conclusione, è prevista la firma di una dichiarazione comune. L’incontro dei Primati della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa russa, avviene dopo due anni di preparazione. È il primo della storia ed è destinato a segnare una tappa significativa nelle relazioni tra le due Chiese. Tuttavia, è bene sottolineare che si tratta solamente di una prima tappa; è infatti necessario guardare con realismo al di là delle formalità diplomatiche ed ammettere che sarebbe prematuro pensare ad una rapida saldatura della millenaria frattura in seno alla Cristianità.I punti focali, più che dalla dichiarazione congiunta della Santa Sede e del Patriarcato di Mosca, trapelano dalla conferenza stampa del Dipartimento per le relazioni esterne di quest’ultimo. In essa, il Metropolita Hilarion ha sottolineato che, ad aver accelerato lo svolgimento dell’incontro, è stato il “genocidio dei cristiani” in atto, ad opera del terrorismo islamista. È perciò prevedibile che il 12 febbraio venga sollecitata dai Santi Padri una nuova stagione di “collaborazione tra le chiese cristiane”, accantonando “il disaccordo interno e unendo gli sforzi per salvare il cristianesimo nelle regioni dove esso subisce persecuzioni crudelissime”.In questo senso, la scelta di Cuba come luogo di incontro, appare tutt’altro che casuale e per più di un motivo. Il primo è che Cuba è stata fino a tempi recenti uno scenario di martirio e persecuzione dei cristiani. Il fatto che esse siano state superate è un dato che favorisce la speranza per la pacificazione di altri scenari, in primis quello mediorientale. Il secondo motivo è legato alla neutralità dell’isola, sufficientemente distante dall’Europa, ovvero dal teatro di tutte le frizioni e gli attriti storici tra le due Chiese. La scelta dell’isola e del tema dovrebbero permettere di affrontare immediatamente il problema vivo e ritrovare l’unità in una sorta di “ecumenismo del sangue”, bypassando così altre questioni aperte, come quella centrale, inerente al primato petrino, il conflitto giurisdizionale in Ucraina, quella in via di archiviazione, riguardante il “proselitismo cattolico in Russia”.Ma se l’incontro dei Primati cristiani a Cuba costituisce un evento epocale sotto il profilo formale, c’è un importante precedente, sotto il profilo della sostanza, che merita di essere ricordato: la “giornata di digiuno per la la pace in Siria e in Medio Oriente” del 7 settembre 2013. Nel corso dell’Angelus che precedeva l’iniziativa, Papa Francesco aveva invitato a parteciparvi “anche i fratelli cristiani non cattolici, gli appartenenti alle altre Religioni e gli uomini di buona volontà”. In quell’occasione, l’iniziativa di Bergoglio si rivelò decisiva per molte coscienze, fu apprezzata dal Patriarcato di Mosca e vi aderì entusiasticamente persino il Gran Muftì di Siria, Ahmad Badreddin Hassou. La giornata del digiuno per la pace in Siria e in Medio Oriente, conferì a Bergoglio il ruolo di “ago della bilancia” nel delicato disequilibrio geopolitico di quel frangente, tendente ad una situazione generale che, in seguito, ebbe a definire nei termini di una “terza guerra mondiale a pezzi”.Dal 2013 ad oggi, lo scenario internazionale presenta rilevanti evoluzioni, non ultimo, il passaggio del Cremlino dal veto all’intervento armato in Siria, all’interventismo attivo. Ragionando per analogia, è dunque ipotizzabile che dall’incontro dell’Avana scaturiscano conseguenze geopolitiche e sinergie interessanti. Molto meno probabile è che si possa inverare un primo passo per una reale saldatura della Cristianità, resa difficile, questa, da problemi vivi, ancora in via di risoluzione.

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