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Chissà se Volodymyr Zelensky e il suo Governo non hanno, in fin dei conti, dato ragione ex post a Papa Francesco. Quando, a marzo, in un’intervista  alla Radiotelevisione della Svizzera Italiana  il Santo Padre invitò a riscoprire “il coraggio del negoziato” per porre fine alle guerre che perturbavano il mondo, a partire da quella d’Ucraina, Kiev reagì con un netto irrigidimento. E gli ambienti più oltranzisticamente anti-russi iniziarono a etichettare le posizioni di Francesco come vicine a quelle di Vladimir Putin.

“Il negoziato non è mai una resa”

Francesco invitava al “coraggio della bandiera bianca” simbolo di negoziato. E non di resa, come spesso si è purtroppo letto. “Il negoziato non è mai una resa. È il coraggio per non portare il Paese al suicidio”, ha aggiunto. Un intervento tranchant. Che oggi, letto a sette mesi di distanza, acquisisce nuova concretezza. Il senso della presa di posizione pontificia era chiaro: la difficoltà della guerra impone di prendere in considerazione una soluzione negoziata come via d’uscita al conflitto.

Da allora, la posizione militare di Kiev si è notevolmente aggravata ed è stata abbandonata, in Ucraina, la prudenza strategica dell’ex comandante in capo Valery Zaluzhny, “esiliato” a Londra come ambasciatore, che ammoniva sul rischio di uno stallo sul fronte. Kiev ha attaccato a Kursk senza riuscire a interdire alla Russia l’avanzata in Donbass. Ora anche molti sostenitori di Kiev aprono alla ricerca di un negoziato: l’ha, timidamente, ricordato il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Lo ha, con forza, ribadito l’Economist titolando sulla necessità di evitare una disfatta ucraina.

Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno ribadito il sostegno a Kiev, ma al contempo il capo del Pentagono, Lloyd Austin, l’11 settembre ha ricordato, in maniera chiara, che “il conflitto in Ucraina verrà risolto definitivamente al tavolo dei negoziati”. Zelensky è tornato dal viaggio negli Usa con le pacche sulle spalle di Joe Biden, Kamala Harris e Donald Trump e più dubbi di prima. Esiste una via militare alla fine del conflitto? La dottrina ufficiale ucraina, riconquistare manu militari i confini del 2014, sembra remota da realizzare. Mosca nel frattempo continua la sua guerra di logoramento. E l’appoggio occidentale va gradualmente ridimensionandosi: il Presidente, sedotto e abbandonato nelle promesse di una vittoria totale a cu l’Occidente non ha mai creduto, ha respinto anche il piano di pace del presidente brasiliano Lula e del leader cinese Xi Jinping. Ma il rischio è di un peggioramento della situazione sul campo.

Il dilemma di Zelensky

Si può capire e comprendere il dilemma personale di Zelensky, la cui sopravvivenza politica è indissolubilmente legata al prosieguo del conflitto e, soprattutto, alla sua conclusione positiva per l’Ucraina. Al contempo, si può legittimamente mettere in discussione l’idea che trattare con la Russia in posizione di debolezza sia vincente. E non bisogna illudersi che un negoziato russo-ucraino sarebbe indolore: il rischio di creare un precedente importante per l’ordine internazionale esiste, e va tenuto in conto. Ma la leadership impone di portare la concretezza e la capacità progettuale nei grandi disegni strategici. E oggi quello dominante nel cerchio magico di Zelensky è in larga parte compromesso.

Da qui prendono nuova attualità le parole di Francesco sulla necessità di creare sentieri di pace, parole che a marzo erano apparse a molti come ciniche verso gli ucraini ma in realtà riflettevano il sincero sentimento di Jorge Mario Bergoglio per il dramma vissuto da una nazione la cui invasione ha più volte condannato. Mentre la guerra in Est Europa continua, inclemente, si alimentano le braci di un grande conflitto mediorientale e, dal Sudan al Myanmar, sono molte le faglie aperte, Papa Francesco ha convocato per il 7 ottobre, primo anniversario degli attentati di Hamas in Israele che hanno avviato la conflagrazione nel Levante, una giornata di preghiera e digiuno per la pace.

La pace, tema dei nostri tempi

Ebbene, l’anniversario dello scoppio di una guerra invita a riflettere sul senso della pacificazione possibile, ma ancora remota, in un’altra. Su cui il Vaticano si è sempre detto disponibile a mediare, per creare la pace laddove ora c’è conflittualità. Un fronte su cui Papa Francesco si impegna tanto per ragioni teologiche, da capo della Chiesa cattolica, che politiche, da sovrano di uno Stato, la Città del Vaticano.

Teologiche, da un lato, perché per i cristiani del mondo è la pace il vero tema caldo dei nostri tempi. Il mistero dell’iniquità che permea il mondo, fatta di soprusi, violenze e declino dell’ordine internazionale, può svelare, Francesco lo ricorda in continuazione, il mistero ancor più grande della pace come strumento di equità, non di sottomissione.

Politicamente, dall’altro, perché Papa Francesco non chiede la pace cartaginese, quella del cimitero o l’Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant di Tacito. Anzi, nel parlare concretamente di avvicinamento alla pace ragiona da stratega politico, come del resto la sua carica di capo di Stato gli consente legittimamente di fare, prima ancora che da guida religiosa. Un ragionamento sull’arte del possibile che ricorda come il Vaticano sarà sempre a disposizione come agente mediatore. “La pace è possibile solo se la si vuole”, ha detto il cardinale Parolin, segretario di Stato vaticano, all’assemblea generale dell’Onu. Ai leader globali il compito di trasformare la possibilità in concretezza. Riscoprendo quel “coraggio del negoziato” a cui forse anche Zelensky ora potrebbe pensare di ricorrere.

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