Non è stato un papa mediatore, ma un pontefice di frontiera. E la frontiera, per Jorge Mario Bergoglio, si chiamava Medio Oriente e Nordafrica. Un orizzonte vasto e complesso, attraversato da guerre, repressioni e derive religiose, nel quale papa Francesco ha scelto consapevolmente di spingersi, mettendo a rischio il proprio corpo per difendere la dignità dei più fragili, dei dimenticati, dei perseguitati. E che rappresenterà un punto di partenza fondamentale per il futuro pontefice.
Il rischio e il coraggio dell’Iraq
Il punto più alto – e più pericoloso – di questa scelta si è toccato nel 2021, con la visita in Iraq, nel cuore di un Paese ancora devastato dalle guerre settarie. Francesco si spinse fino a Mosul, sopravvivendo – come si è saputo dopo – a un duplice attentato. Ma fu a Najaf, nella dimora dell’ayatollah Al-Sistani, che si scrisse un capitolo storico del dialogo islamo-cristiano. Quel gesto – un Papa in visita al più autorevole leader sciita iracheno – non fu una coreografia ma una dichiarazione di principio: i cristiani dell’Iraq, ridotti a una minoranza silenziosa e decimata, hanno diritto a restare, a esistere, a contare.
Dall’Egitto agli Emirati: ponti con l’islam sunnita
Ma l’orizzonte del Papa argentino non si limitò all’Iraq. Nel 2017, durante la visita al Cairo, Francesco si spinse a evocare lo slogan della rivoluzione del 2011 – “Pane, libertà e giustizia sociale” – nel cuore dell’Egitto al-sisiano, mentre i Fratelli Musulmani venivano repressi e gli oppositori incarcerati. Al-Azhar, cuore dottrinale dell’islam sunnita, lo accolse nella sua conferenza sulla pace. Ma fu il Papa a dettare i termini: nessuna ambiguità tra religione e violenza, e un appello netto alla convivenza.
Due anni dopo, negli Emirati Arabi Uniti, firmò con l’imam Al-Tayeb il Documento di Abu Dhabi, fondando su carta un’alleanza simbolica contro l’estremismo e in favore della fratellanza umana. Era una diplomazia spirituale, ma con risvolti geopolitici concreti. In un’epoca in cui le autocrazie si stringono attorno al culto dell’identità, Francesco scelse invece la via del pluralismo.
Gaza, Palestina e un cristianesimo senza frontiere
Non è un caso se tra i primi messaggi di cordoglio dopo la sua morte siano giunti dall’Iran, mentre in Israele si cancellavano i tweet di lutto per direttive governative. I suoi rapporti con lo Stato ebraico furono segnati da una solidarietà costante verso i cristiani palestinesi, ma anche da parole di fuoco nei confronti della guerra a Gaza. Solo poche ore prima della morte, durante l’Urbi et Orbi pasquale, Francesco denunciava come “ignobile” la catastrofe umanitaria nella Striscia, chiedendo disarmo e liberazione degli ostaggi. Un invito che, in tempi di bombe e indifferenza, suonava come una bestemmia. Ma era il cuore stesso della sua missione.
I migranti, il Mediterraneo e Alan Kurdi
Più ancora della diplomazia, è stato il volto dei migranti a segnare il pontificato. Dai primi viaggi a Lampedusa e Lesbo fino all’incontro con la famiglia di Alan Kurdi in Iraq, Francesco ha fatto del Mediterraneo un altare laico della sofferenza umana. Ha condannato chi chiudeva i porti, ma soprattutto ha dato voce e dignità agli “ultimi”. A Roma ha ricevuto Ong come Mediterranea, registi, attori, attivisti. Per lui, accogliere era un gesto politico, spirituale e umano insieme.
Un’eredità scomoda e necessaria
Il suo dialogo con le religioni non è stato un esercizio di dottrina, ma una strategia contro la violenza. Ha scelto di trattare con l’islam quando molti lo criminalizzavano. Ha riconosciuto i copti e firmato accordi ecumenici che restano pietre miliari. E ha sfidato i governi – da quello egiziano a quello israeliano, fino agli Stati Uniti di Trump – rivendicando il diritto alla dignità, all’asilo, alla pace.
Papa Francesco ha costruito ponti dove gli altri erigevano muri. Ha fatto politica con la spiritualità, diplomazia con le parole, rivoluzione con la tenerezza. Per questo, oggi il Medioriente lo piange. Perché sapeva che dietro ogni confine, ogni religione, ogni mare, c’era un essere umano.