La fortezza del porto di Famagosta, meglio conosciuta come Torre di Otello, è l’unica dei bastioni della città medievale che i veneziani riuscirono a decorare in tempo durante i lavori di rafforzamento della fortificazione esterna. Anche se fin dal primo momento in cui la Serenissima prese il controllo del principale porto dell’antica Cipro, nel XV secolo, tutti, dal Doge fino all’ultimo degli stallieri, sapevano che sarebbe stato quasi impossibile difenderlo dagli ottomani. La Turchia dista appena 60 miglia, e l’invio di risorse, ingegneri e francomatti da Venezia sarebbe stato in ogni caso limitato viste le praterie che si erano aperte di fronte agli ottomani in Asia minore. Cipro, circondata da una mezzaluna turca che si estendeva da Bisanzio al Cairo, sarebbe caduta. Prima o dopo. “Se c’è qualcosa che non ti sta bene, va a dirlo al leone”, recita un detto tutt’ora molto popolare nella Repubblica Turca di Cipro del Nord. Il riferimento è alla placca di marmo prelevata all’epoca dalle rovine dell’antica Salamina per scolpire il felino simbolo di San Marco fuori dalla Torre di Otello. In molti si saranno recati in pellegrinaggio per sfogare le proprie rimostranze al momento della comparsa all’orizzonte della flotta di Lala Mustafa Paşa, che guidò l’assedio di Famagosta nel 1570. Ma il leone, a parte ruggire con tutta la sua forza per difenderli fino allo stremo, non poté fare di più. Gli abitanti ne rimasero così affezionati da adottarlo a drappo anche dopo la conquista ottomana. E oggi tutti loro lo considerano un confessore, unico baluardo contro l’inesorabile, unico segno di continuità di fronte alle intemperie. Il leone, quali che siano le afflizioni della vita, resterà lì, pronto ad ascoltare di nuovo i tormenti e le paturnie di tutti.

Questa parte della storia che si incrocia con le leggende popolari, c’è da scommetterlo, sarà sconosciuta ai più. Perché Cipro Nord è uno scherzo della geopolitica, e la sua stessa esistenza è tutt’altro che legittima. Uno Stato fantasma, fondato dai turchi dopo l’invasione del 1974, ad appena 14 anni dall’indipendenza dell’isola conquistata dagli inglesi. Non è riconosciuto da nessuno, in tutta la comunità internazionale, all’infuori di Ankara. E per giustificare la loro identità, i turchi-ciprioti possono fare solo due cose: far finta che la loro bandiera con la mezzaluna di colori opposti a quelli della Turchia rappresenti davvero qualcosa di diverso da una dominazione illegittima, e convincersi che Famagosta viva di vita propria e non sia una delle città passate più volte di mano in tutta la storia dell’umanità. I cittadini pensano che il leone sia sempre stato il loro, non certo eredità della Serenissima. E che le imponenti cattedrali gotiche di chiara influenza francese siano frutto del genio architettonico ottomano. Hanno dovuto diffondere per via orale delle tradizioni fondate sull’ingenuità, unico collante sociale su cui poter costruire un senso di appartenenza che in realtà non c’è.

Le Termopili della cristianità

Il nome di Gerolamo Polidori non racconta granché alla maggior parte del grande pubblico. In fin dei conti era un umile schiavo di fine XVI secolo, al servizio dei nobili della Serenissima.
Lo status di servo, tuttavia, riguardava solo il suo fisico. Lo spirito, pur essendo fedele al Cristo, narra una storia di rivolta, catene spezzate e ardimento. Decise di imbarcarsi per Bisanzio, mimetizzarsi tra la popolazione locale, superare controlli, sorveglianza, guardie armate e intrufolarsi nel grande Arsenale della città. Per rubare armi? No. Per aprire le botti una ad una, fino a trovare quella con la pelle di Marcantonio Bragadin, “conservata” dai turchi dalla fine dell’assedio di Famagosta.

Un’azione beffarda che permette tutt’ora ai resti del governatore di galea di godere di nuova vita nella Basilica lagunare di San Giovanni e Paolo, ed essere venerati come spoglie originali del martire che si immolò durante le Termopili della cristianità. In quel cruciale 1570 Bragadin e i suoi 7mila uomini, galvanizzati dalla promessa di rinforzi ribadita più volte da Venezia, tennero testa a un esercito di 200mila ottomani. Per quasi un anno le mura di Famagosta respinsero l’assedio guidato da Lala Mustafa Paşa che, adirato con Bragadin per la folle e insensata resistenza, lo fece torturare, mutilare e scuoiare vivo di fronte alla cattedrale di San Nicola, che sfoggia oggi una delle facciate più incredibili del mondo. Ispirata a quella gotica di Reims, in Francia, è stata convertita in moschea, e a pochi metri dal rosone su cui batte bandiera turca Mustafa Paşa fece costruire un minareto annesso alla struttura proprio pochi giorni dopo aver mostrato a tutti il destino a cui sarebbero andati incontro i peccatori come Bragadin. Ma in fin dei conti, le guerre non si vincono grazie alla forza, bensì alla più alta predisposizione al sacrificio. Grazie a quello di Bragadin la Lega Santa poté organizzarsi. E un mese e mezzo dopo sconfisse gli ottomani a Lepanto.

A Mustafa Paşa quella cattedrale-moschea è rimasta intitolata nel corso dei secoli e, come detto, i turchi-ciprioti credono sia stato lui a costruirla, non a ritoccarne le sembianze. Il destino delle mura di San Nicola, che racconta una storia di sottomissione forzata all’Islam, è diverso da quello di altre decine di basiliche, costruite dai Lusignano prima e dai veneziani poi, che si incontrano in giro per la città. Ignorate dalla popolazione locale, sono state utilizzate come stalle, mercimoni, luoghi di intrattenimento vari. Oppure distrutte. Come quella di San Giorgio dei greci, o l’attigua chiesetta dedicata a San Simeone. Per molti vederle in rovina potrà rappresentare uno spettacolo certamente più gradevole di saperle con un insolito mihrab dentro. Ma la luce rosata del tramonto sulle scalinate divelte, sulle colonne monche, sui pavimenti decorati ormai solo da spazzatura, non può far altro che aumentare il senso di malinconia.

Altri esempi di chiese diroccate o convertite in moschee, musei e centri d’interesse culturale sono quelle dei Santi Pietro e Paolo, di San Francesco, di San Georgios Exorinos, di San Giovanni, di Sant’Anna, di Santa Maria del Carmelo. Alcune costellano il centro della città vecchia, altre sono concentrate nel quartiere che occupa l’angolo nordoccidentale della città e che prendeva il nome di quartiere siriano, perché dopo la caduta di Acri nel 1291 vi si stabilirono le comunità di rifugiati cristiani provenienti dagli stati crociati d’oltremare (nestoriani, maroniti, giacobiti).

Varosia, la città in rovina

Un destino, quello di rovina e abbandono, che sembra endemico della città di Famagosta, anche nelle zone che lambiscono la città vecchia. A Sud-Est, il quartiere Varosia (Maraş in turco), che è poi quello che accoglie chiunque arrivi a Famagosta dal checkpoint che separa la zona turca da quella greco-cipriota, è uno straordinario quanto macabro esempio di ghost-town come ne esistono poche altre al mondo. Prima del 1974 era il centro nevralgico del turismo costiero di tutta Cipro, abitato da decine di migliaia di persone e in grado di ospitare altrettanti turisti in delle strutture alberghiere ultramoderne per l’epoca. La sua sfortuna fu quella di trovarsi proprio sulla cosiddetta Linea Attila, che ancora oggi segna il confine meridionale della Repubblica di Cipro del Nord. Temendo per la propria incolumità, turisti e abitanti lo abbandonarono senza remore. E a ragione. Interamente recintato e messo sotto chiave dai turchi ed entrato a far parte della buffer-zone amministrata dalle Nazioni Unite, è oggi un perfetto esempio di scenario post-apocalittico. Tra polvere, calcinacci, filo spinato e resort diroccati costruiti a pochi passi dalla spiaggia (comunque frequentata non solo da bagnanti locali, ma anche da turisti soprattutto anglosassoni per via delle acque comunque pulite, dello scarso affollamento e del costo della vita davvero modico), al visitatore non resta che contemplarne il senso di desolazione. O, al massimo, andare a sussurrare un flebile lamento sotto la Torre di Otello, dentro l’orecchio del grande leone di San Marco.