Un rito secolare, che si ripeterà oggi a partire dalle 16.30, quando sarà pronunciato l’Extra omnes! e il Conclave per eleggere il 267esimo Papa della Chiesa cattolica avrà inizio. La clausura dei cardinali nella Cappella Sistina dovrà scegliere il successore di Papa Francesco in un’elezione che è tuttora tra le più affascinanti e complesse al mondo.
Le dinamiche del Conclave
Affascinanti, perché il segreto di ciò che avviene in Conclave è – teoricamente – inviolabile per coloro che eleggono il pontefice romano e sono noti al mondo i riti, dalla “fumata bianca” all’annuncio del nuovo Papa davanti a Piazza San Pietro, che catalizzano lo sguardo dei fedeli di tutto il mondo.
Complesse, perché è un’elezione in cui non esistono partiti formali, non esistono autocandidature, non sussiste formalizzazione ma bisogna unire prima che dividersi dai concorrenti, sommare diverse visioni della Chiesa e della politica ecclesiale per raggiungere il fatidico quorum di due terzi, segnato quest’anno a 89 voti, che consente l’elezione.
E in questo 2025 il Conclave sarà globale ed ecumenico, partendo dalle esortazioni di Francesco per consolidare una svolta verso le periferie della Chiesa: più porporati esterni all’Occidente, un invito postumo ai cardinali a seguire la via della pace e del dialogo, interno alla comunità cattolica e verso i potenti del mondo e un sostanziale impegno a tracciare il futuro dell’istituzione col consolidamento, almeno fino al 2028, del cammino sinodale avviato nel 2021.
Il prossimo pontefice dovrà governare la Chiesa in un mondo in fiamme e servirla per renderla ancora di più un’istituzione coesa e chiamata alla lettura del segno dei tempi, e anche in questo si sostanzia l’unicità del Conclave. Esso elegge colui che è al contempo un leader e un servitore. Un leader perché capo della più ampia confessione religiosa del pianeta, con oltre 1,3 miliardi di fedeli, e sovrano dello Stato della Città del Vaticano, con una profonda autorità morale e diplomatica. Ma anche un servitore perché la dottrina cattolica vuole il Papa vicario di Cristo sulla Terra e fondamento, oltre che vertice, della proiezione pastorale della Chiesa.
Lo spirito di servizio
“Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa” (Mt 16,13-20), disse Gesù al principe degli Apostoli, plasmando la nascita della Chiesa come successione della Rivelazione e anche come potere frenante (Katekhon) contro “le potenze degli inferi”, il caos nel mondo. Quel Non praevalebunt è tuttora centrale nella missione del papato, che se per i credenti è da intendersi a tutto tondo per gli uomini di buona volontà diventa servizio e predicazione per un mondo pacifico e di concordia.
I pontefici dell’ultimo mezzo secolo hanno messo l’idea del servizio al centro della loro missione nel momento del loro insediamento. Il 22 ottobre 1978 San Giovanni Paolo II invitò i fedeli “con la potestà di Cristo” a “servire l’uomo e l’umanità intera”. Il 19 aprile 2005, Benedetto XVI si presentò al mondo come “un umile lavoratore nella vigna del Signore”, ispirandosi alla parabola del Vangelo di Matteo (21, 33-43).
Il 13 marzo 2013, infine, Francesco definì il suo pontificato un “cammino di fratellanza, amore, fiducia fra noi”. Lo spirito di servizio come missione è quanto dovrà essere trasmesso al futuro pontefice. Nella consapevolezza che l’evoluzione del mondo imporrà al prossimo Papa di percorrere la strada del pontificato da leader capace di servire, da servitore capace di guidare. Solo il papato ha questa duplice natura tra le grandi cariche della Terra. E forse proprio per questo dura da duemila anni.
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