In queste ore molti media si sono accorti della lettera che l’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha indirizzato al presidente Donald Trump. L’attenzione è aumentata per via del tweet del presidente degli Stati Uniti d’America, che ha scritto di essere onorato di aver ricevuto questa missiva “incredibile” e che ha invitato tutti, credenti e non, a leggere il contenuto del testo firmato dal consacrato italiano.

Carlo Maria Viganò è noto soprattutto per la battaglia combattuta dal fronte tradizionale contro l’avvento del modernismo. L’ex nunzio apostolico italiano, uomo di punta durante il regno ratzingeriano, è balzato agli onori delle cronache nel recente passato per via di un’altra lettera: quella in cui ha suggerito a Papa Francesco di dimettersi dopo l’esplosione del caso McCarrick, cardinale che molti commentatori davano vicino alle idee del Partito Democratico americano e che è poi stato ridotto allo stato laicale da Francesco stesso per accuse legati ad abusi.

Viganò è ancora un ecclesiastico centrale per le logiche ecclesiastiche, in specie nel campo conservatore. In ottica di schieramenti vaticani, Viganò occupa la zona abitata dai critici di Jorge Mario Bergoglio. Il fatto che Trump abbia rilanciato il messaggio inviatogli certifica che Viganò ha ancora un peso. Ma perché i contenuti della lettera sono stati etichettati come campati in aria? I progressisti, dopo il tweet di Trump, sembrano impegnati a screditare il gesto dell’arcivescovo.

Dal punto di vista escatologico, il discorso che Viganò ha presentato a Trump non è privo di senso. Il tema della battaglia tra i figli della luce e quelli delle tenebre non è un’invenzione dell’arcivescovo. Un riferimento bibliografico cui Viganò potrebbe essersi poggiato è rintracciabile ne “La Regola della Guerra”, uno dei Rotoli del Mar Morto. Più in generale, il topos scelto da Viganò ricorre spesso nelle letture teologiche della realtà. Siano esse ebraiche o cristiano-cattoliche.

Schernire questo punto di vista, insomma, equivale in termini ratzingeriani a sposare il relativismo, per cui le religioni e le loro interpretazioni del mondo risultano giocoforza superate, irrazionali e prive di fondamento. Un atteggiamento legittimo, ma che si inserisce a pieno titolo in quel trionfo del laicismo che Trump e Viganò, partendo da posizioni diverse, intendono combattere.

Il senso delle frasi di Viganò è chiaro. All’interno della missiva, vengono citati due schieramenti: i figli della tenebre, appunto, e quelli della luce. L’arcivescovo italiano fa riferimento anche alla Donna, con la lettera maiuscola, che prima o poi schiaccerà una volta per tutte la testa del serpente. Per comprendere questo passaggio, bisogna parlare di un’altra immagine spesso rappresentata dall’iconografia cattolica: quella in cui la Madonna annuncia la vittoria del suo cuore immacolato. Un conflitto in cui la Chiesa cattolica è dunque destinata a vincere contro il male che serpeggia nel mondo.

Anche in questo caso, almeno dal punto di vista di un fedele, c’è poco da scherzare: è stato San Giovanni Paolo II, nel 1982, a consacrare i popoli del mondo al cuore immacolato di Maria, in attesa della vittoria definitiva. Le argomentazioni di Viganò si inseriscono a pieno titolo nella storia della dottrina cristiano-cattolica.

È palese, poi, il richiamo alla tesi politologica per cui esisterebbe uno Stato Profondo più o meno disposto a tutto per indebolire la presidenza Trump. Viganò non nega affatto l’esistenza di una pandemia dovuta al Sars-Cov2, semmai critica alcune modalità di gestione che sono state calate dall’alto. Allo stesso modo, Viganò suggerisce l’ipotesi che le proteste che questi giorni stanno monopolizzando il dibattito mondiale, anche in funzione anti-Trump, possano andare al di là della rivendicazione sulla fine del “razzismo sistemico”.

La teoria più interessante, tra quelle esposte da Viganò, è forse quella in cui viene citata l’esistenza di una “Chiesa profonda”. Un substrato ideologico-confessionale che potrebbe sostenere il Partito Democratico, per tentare di convincere il popolo americano a scegliere Biden in vista delle elezioni di novembre. Complottismi? A leggere certe prese di posizione, sembrerebbe proprio di no.

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