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La storia del cristianesimo in Cina non può non avere come pilastro quello della missione gesuita nel Regno di Mezzo. Iniziato nel 1582 con l’arrivo di Matteo Ricci, il lavoro dei gesuiti in Cina è stato di fondamentale importanza nei rapporti fra cristianesimo e cultura cinese e, in generale, per i rapporti fra Europa e Cina. Dopo quattro secoli e mezzo, con una rivoluzione maoista da una parte e un cambiamento radicale nella Chiesa dall’altro (tra perdita di potere temporale e Concilio), torna però curiosamente al centro del rapporto fra Pechino e Vaticano ancora una volta, un gesuita: questa volta Papa. Il viaggio di Francesco in Myanmar, al netto della grave crisi umanitaria del popolo Rohingya, è, infatti, molto rilevante anche per i futuri rapporti fra Cina e Vaticano. E non è un caso che il governo cinese e i quotidiani a esso legati seguano con interesse il tour del Papa in Myanmar, dove gli interessi cinesi per il Paese si uniscono agli interessi nei confronti di questo pontefice e dei possibili effetti del suo pontificato nelle relazioni sino-vaticane.

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Relazioni complesse, e finora molto tese, ma che con questo papa sembrano poter iniziare un lento ma sensibile cambiamento in direzione della concordia. Una prima prova di questo disgelo si ebbe nel 2014, quando Francesco fu autorizzato a sorvolare lo spazio aereo cinese per sbarcare in Corea del Sud. L’autorizzazione da parte del governo di Pechino fu seguita da un telegramma di saluti da parte del pontefice in cui benediceva il popolo cinese. Un segnale di una primordiale e larvale distensione cui si è aggiunto, adesso, un altro importante messaggio, questa volta culturale. La Città Proibita di Pechino avrà, infatti, esposte al suo interno 40 opere cinesi conservate nei Musei vaticani. E nei Musei Vaticani saranno esposte 40 opere cinesi provenienti dalla Cina, in una sala apposita. Una diplomazia artistica che implica, inevitabilmente, la diplomazia “politica”, in cui la cultura può essere il primo terreno sui cui far crescere una difficilissima, ma ricercata, concordia fra la più grande potenza asiatica e il piccolo ma fondamentale Stato della Città del Vaticano. Divergenze rimangono e sembrano decisamente superiori all’importanza dei gesti di distensione, ma sia a Pechino che a Roma sanno bene che le tempistiche non sono necessariamente brevi. Anzi, per certi versi Vaticano e Pechino hanno in comune proprio la percezione del tempo, con una visione molto più a lungo termine rispetto a tanti altri poteri internazionali.

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Il viaggio in Myanmar s’inserisce in questo difficile rapporto fra Vaticano e Cina soprattutto perché Pechino ha nei confronti dello Stato birmano interessi strategici di fondamentale importanza, specialmente nello Stato di Rakhine, che è terra di scontro con la comunità Rohingya. Nell’area vi sono fondamentali oleodotti che collegano l’oceano Indiano alla Cina, ed esiste un crescente interesse della comunità internazionale per la crisi umanitaria in atto anche per convogliare l’attenzione politica su un’area in cui la Cina si sta espandendo. Il governo di Pechino è l’unico ad aver sostenuto la leader birmana, Aung San Suu Kyi, quando tutto il mondo chiedeva al Nobel per la Pace di manifestare il proprio dissenso nei confronti della repressione della minoranza musulmana. E ha in mente un progetto a medio termine per la fine della crisi. In questo senso, la diplomazia vaticana, soprattutto con l’attività di questo Papa, può essere d’aiuto. Studiare i gesti e le parole del pontefice durante questo viaggio in Myanmar servirà alla Cina per comprendere non solo la politica della Santa Sede nel sud-est asiatico, ma anche per comprendere la politica della Santa Sede verso la stessa Cina, che in quella crisi si sta giocando una parte della sua credibilità internazionale come potenza in grado di guidare il continente asiatico. Se il Papa farà aperture considerate eccessive da Pechino, questo potrebbe irrigidire i tentativi di dialogo fra i due Stati. Se invece Papa Francesco adotterà una via più diplomatica e favorevole al dialogo fra le fazioni, senza parlare ad esempio di pulizia etnica, Pechino potrebbe considerarlo come un segnale di volontà di riaprire i canali diplomatici. Naturalmente questo non significa che sarà pace fra Vaticano e Cina. Esistono ancora fortissime divergenze su tantissimi punti, a partire dalla Chiesa nazionale cinese, il riconoscimento di Taiwan e la diffidenza di Xi verso il cristianesimo e la libertà religiosa. Ma potrebbe essere l’avvio di un rapporto diverso fra questi due mondi che da quasi mezzo millennio intrecciano le loro esistenze.

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