Parlare dei cristiani perseguitati nel mondo oggi non sembra essere particolarmente interessante. Il pianeta è (legittimamente) proiettato sull’analisi e sugli sviluppi della guerra in Ucraina, sugli effetti della pandemia da coronavirus, sulle conseguenze nefaste della crisi energetica per buona parte dell’Occidente, e sulle nuove e vecchie sfide strategiche che si aprono tra Cina e Stati Uniti e che coinvolgono tutti i Paesi, senza distinzione di continente.

In un mondo in preda al caos, dove per caos si intende l’assenza non solo di certezze politiche, ma anche economiche e in generale sistemiche, fragile e in preda a una “guerra mondiale a pezzi”, il destino della cristianità è considerato ormai un problema secondario, tradizionalmente messo in agenda quando questo supporta altri interessi che poco hanno a che fare con la tutela di una comunità.

Eppure, nel silenzio spesso assordante che circonda la vita dei seguaci di Cristo nelle aree più pericolose del pianeta, questi continuano a subire forma di persecuzione a volte latenti, a volte sempre più radicali, al punto che alcune stime – in particolare il rapporto annuale di Open Doors – riferiscono che circa 360 milioni di membri di questa religione sperimentano forme di discriminazione e di repressione violenta a causa della propria fede.

In questo numero così imponente, si nascondono diversi livelli di persecuzione che si differenziano a seconda delle aree e dei Paesi interessati e alle condizioni “sul campo” delle singole realtà.

La repressione dall’alto

Da un lato esistono aree dove l’esclusione della religione cristiana è un qualcosa di sistematico e legato al sistema di potere. Questo discorso vale soprattutto per l’Asia, dove i Paesi a loro volta si differenziano a seconda della cultura, degli ordinamenti e delle forme con cui avviene questa pressione o repressione nei confronti dei cristiani. Ma quello che viene sottolineato anche dall’ultimo rapporto di “Aiuto alla Chiesa che Soffre” è il fatto che molto spesso qui la discriminazione arriva dal centro politico o per via istituzionale. Si pensi al caso estremo della Corea del Nord o al regime talebano in Afghanistan, dove i cristiani non possono praticamente esistere, ma anche al meno conosciuto tema della cristianità nelle Maldive, dove la costituzione esclude che un “non musulmano” possa essere cittadino. Va poi ricordato il caso dell’Arabia Saudita, dove i dati ufficiali non consentono di dare indicazioni sull’esistenza stessa dei cristiani, in quanto l’islam è l’unica religione pubblicamente consentita ed è vietato ogni elemento che possa rappresentare altre fedi oltre a quella di Maometto. Anche se di recente, alcune aperture nei confronti della Chiesa copta hanno dato delle piccole ma significative speranze.

Esistono poi forma di pressione e di repressione da parte dello Stato in diverse forme e attuate sistematicamente in Cina, con cui da tempo la Chiesa cattolica prova a trovare un difficile canale di dialogo, in Iran, dove la cristianità non è vietata ma dove è impossibile fare “proselitismo”, così come sotto i nuovi regimi in Myanmar e Vietnam, che spesso hanno messo le chiese cristiane nel mirino. Un discorso simile va fatto poi per il caso del Nicaragua, dove il governo di Ortega ha avviato una politica fortemente contraria alla religione cristiana con accuse costanti nei confronti del clero, al punto da scatenare ondate di arresti ed espulsioni contro i religiosi.

Una forma di discriminazione

A queste realtà, si devono poi aggiungere quelle non meno difficili per la comunità cristiana in cui, pur non essendoci una formale presa di posizione da parte del potere politico, esistono delle derive ideologiche che evitano di tutelare a fondo i fedeli in molti territori. In India molti osservatori si soffermano sugli “occhi chiusi” di alcune autorità e istituzioni di fronte agli attacchi contro i cristiani, specialmente a causa di una forte connotazione nazionalista e religiosa dell’attuale sistema di governo. Mentre in altri Paesi, come il Pakistan, la giustizia utilizza spesso il reato di blasfemia per colpire i seguaci cristiani senza alcun freno da parte delle leggi dello Stato.

Cristiani divisi in Terra Santa

Accuse sono arrivate anche per piccoli gruppi radicali in Israele che, secondo alcune autorità ecclesiali, starebbero attuando una campagna discriminatoria contro i cristiani. I governi di Gerusalemme hanno sempre ribadito il proprio impegno in difesa di tutte le comunità. Tuttavia, il fatto che si parli di una forma di silenziosa scomparsa del cristianesimo da quella che è la Terra Santa conferma che il senso di rimozione viene percepito anche in un Paese democratico e dove la comunità cristiana cresce (dati alla mano), e non solo in regimi repressivi.

A questo tema, si aggiunge, nella stessa area, il problema dei cristiani nei territori palestinesi. Il rapporto di Acs dichiara che “i cristiani in Cisgiordania sono diminuiti dal 18% a meno dell’1% attuale. Anche in questo caso, i militanti sono una delle principali preoccupazioni. Gruppi come Hamas sono visti come fattori di spinta alla migrazione dalla Cisgiordania”. Come anticipato da Adnkronos, il parroco latino di Gaza, Padre Gabriel Romanelli, nel documentario di Tv2000 “Il confine della Speranza” ha parlato di Gaza come “una grande prigione a cielo aperto” dove cerca di creare un’oasi per i cristiani divisi tra Israele e Striscia.

Il terrore islamista contro i cristiani in Africa

Se questi sono solo alcuni esempi del livello di difficoltà di vita dei cristiani basato su problemi di natura istituzionale più o meno gravi, ma che comunque riguardano il complesso rapporto tra vertice politico e fedeli, altro tema è quello dei cristiani fisicamente sotto attacco. E questo è un tema che riguarda principalmente l’Africa oltre che i Paesi che vivono il fenomeno del terrorismo di matrice islamica.

A differenza dei Paesi visti in precedenza, esiste infatti un insieme di Stati, dove la cristianità non è vietata ma costantemente minacciata e colpita dalla violenza radicale di terroristi e miliziani di altre confessioni. In Nigeria, il sangue dei cristiani scorre copioso da diversi anni: solo nel 2021, i cristiani uccisi sono stati 4.650, ovvero più della metà di tutto l’insieme dei martiri nel mondo. Assediati da Boko Haram e dalla Provincia dell’Africa occidentale dello Stato Islamico, costola africana del sedicente Califfato come lo Stato Islamico nel Grande Sahara, i cristiani vengono giustiziati, le donne rapite e violentate, le persone costrette alla conversione forzata.

Il terrore riguarda anche tutta la fascia del Sahel e giunge anche in Mozambico, dove di recente il terrorismo islamico è riesploso con ferocia unendosi alle milizie del gruppo di Al-Shabab. Preoccupa anche la situazione in Sudan, con il caos che alimenta le violenze contro i cristiani. E non va meglio in Corno d’Africa, specie in Etiopia, dove la guerra che devasta il Paese ha coinvolto inevitabilmente anche i cristiani, le chiese, i villaggi e il clero.

Siria e Iraq, il martirio della guerra

Questo ci porta a considerare un altro grande punto interrogativo che circonda la cristianità sotto attacco, e cioè il futuro di intere comunità che a causa della guerra, della crisi economica e della stessa persecuzione rischiano di scomparire letteralmente dai propri Paesi cercando la salvezza altrove. L’esempio della martoriata Siria, terra dove è stato dimenticato il sacrificio dei cristiani sotto la scure di Daesh, è in questo senso molto chiaro. Tra uccisioni e fughe verso altri Paesi, la popolazione cristiana è passata da contare 1,5 milioni di persone agli attuali 300mila. Quella che era una delle più antiche e numerose comunità cristiane del Medio Oriente, oggi subisce i danni di una forzata diaspora e gli effetti di guerra e sanzioni che pesano su un popolo che appare senza speranza.

Questo vale anche per l’Iraq, dove la visita del Papa ha riacceso la speranza di un ritorno alla normalità da parte di un Paese che ha visto nascere proprio lì il sedicente Califfato e che ha assistito all’orrore della jihad e della guerra. La Piana di Ninive si è desertificata rispetto ai cristiani che un tempo vivevano qui da secoli, e gruppi armati e politici non fanno sì che la comunità possa vivere serenamente. In queste vere e proprie culle del cristianesimo, le chiese locali rappresentano pilastri storici messi in serio pericolo, dove il rischio di attacchi è all’ordine del giorno, così come inevitabilmente lo è il pericolo di una scomparsa definitiva dei seguaci del Vangelo.

L’allarme per i cristiani in Libano

Il dramma di una comunità costretta a fuggire riguarda anche il Libano, devastato da una profonda crisi di natura economica e politica. L’allarme sulla sopravvivenza della cristianità libanese è un tema che preoccupa tutti gli ecclesiastici delle diverse confessioni che fanno parte del complesso e ricco mosaico del Paesi dei cedri. L’esplosione di Beirut ha inferto un colpo durissimo al quartiere cristiano della capitale, e molti giovani, con la crisi economica che si è trasformata in abisso, pensano che l’unica alternativa sia lasciare il Paese, svuotando ancora di più una delle terre più importanti della storia della cristianità.

L’impegno del governo italiano

La situazione di difficoltà per i cristiani ha attivato anche la Farnesina. Il ministro Antonio Tajani, in conferenza stampa, ha annunciato di volere “nominare un inviato speciale a tutela delle minoranze cristiane nel mondo”. Una scelta che rientra nel solco della tradizionale opera della diplomazia italiana per garantire sostegno a questi fedeli e coordinarsi con gli Stati dove è possibile trovare un dialogo per evitare discriminazione e persecuzione. Una strada che appare in ogni caso in salita: gli interessi del mondo oggi vertono su altri obiettivi, su altre aree di crisi, su altre priorità per gli equilibri mondiali. Non è possibile fare una classifica tra cosa sia più urgente: è possibile però evitare di dimenticare una persecuzione che non fa notizia ma che rappresenta ancora oggi una piaga che caratterizza milioni di persone.