Si parla poco, anzi, pochissimo dei cristiani in Medio Oriente. “Non fa notizia”, come spiega chi ha deciso di restare nei campi profughi di Erbil. Le condizioni dei cristiani in Iraq sono peggiorate con la guerra del 2003. Prima, tutto sommato, riuscivano a convivere con i musulmani, sciiti o sunniti che fossero. Il ministro degli Esteri di Saddam Hussein, Tareq Aziz, era cristiano e, come braccio destro del Raìs, riusciva a tutelare i fedeli di Cristo. L’Iraq post guerra ha cancellato tutto questo, come ha ricordato ieri sera all’evento “Help christians” Rebwar Basa, sacerdote di Mosul: “La costituzione del 2005, voluta anche dagli Stati Uniti, non è così diversa da quella dello Stato islamico. Una legge promulgata proprio lo scorso 22 ottobre vieta agli iracheni di avere alcool e perfino di venderlo. Chi lo fa deve pagare una multa di almeno dieci milioni di dinari iracheni”.La situazione in Siria è precipitata nel 2011, in seguito alle “false primavere arabe”, come le ha definite monsignor Mtanios Haddad all’evento “Help christians”. Prima era impossibile che qualcuno chiedesse: “A che religione appartieni?”. Come mi spiegò padre Hamazasp Kechichian, armeno e originario di Kessab, in Siria. All’epoca si era tutti siriani e, solo dopo, cristiani, sunniti, sciiti e alawiti. Una forma di convivenza spazzata via dalla rivoluzione che voleva imporre “una democrazia falsa secondo gli interessi occidentali, ovvero gli interessi dell’America”, come ha spiegato monsignor Haddad.