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“L’antica alleanza tra religione e autorità, di per sé, non prova che il concetto di autorità sia necessariamente di natura religiosa”. Hannah Arendt lo aveva scritto tempo fa. Poi, questo link tra le confessioni religiose e le istituzioni politiche è stato citato con minore sistematicità. Forse ha influito pure la secolarizzazione, che sta depotenziando il ruolo svolto dalla religione cristiana in Occidente.

Il Vecchio continente, però, non rappresenta il mondo intero. Il ritorno del Vaticano sulla scena geopolitica è stato coadiuvato da una delle prime nomine di papa Francesco: il cardinale Parolin, diplomatico di carriera, come vertice della segreteria di Stato. Il ministro degli Esteri di Benedetto XVI non aveva fatto parlare troppo di sé. Il porporato italiano citato, invece, ha ripristinato la centralità della politica estera, inserendola tra le priorità vaticane.

L’accordo più importante stipulato in questi anni dalla Santa Sede, però, è dipeso da una stretta volontà pontificia. Parliamo di quello provvisorio sottoscritto da Roma e Pechino, che consentirà alla Repubblica popolare cinese di avere una voce in capitolo sulla selezione dei vescovi. Dalle parti di piazza San Pietro lo chiamano “processo di pacificazione”. 

L’autorità del presule di Roma, di rimando, sarà riconosciuta ufficialmente dal ‘dragone’. Il Santo Padre, poi, ha già iniziato a istituire nuove diocesi. Il patto, però, preoccupa non poco gli Stati Uniti. Donald Trump, specie durante la campagna elettorale che lo ha portato alla Casa Bianca, si è contraddistinto per essere un sostenitore dello scontro commerciale con la Cina

L’allontanamento di Steve Bannon ha ridimensionato questa tendenza, ma gli States continuano a guardare con sospetto verso un pontefice che sembra davvero molto affezionato alla causa asiatica. Lo dimostrano i viaggi: quelli già compiuti da Bergoglio e quelli in programma per il futuro. Se l’asse contemporanea del cattolicesimo è stata spostata in Sud America, quella futura sembra potersi orientare attorno alle Filippine: quando si parla del futuro pontefice si fa spesso il nome del cardinale Tagle

Il presidente degli Stati Uniti e papa Bergoglio, insomma, rappresentano due emisferi contrapposti. Non solo per motivi di carattere comunicativo. Poi c’è la bagarre ortodossa. Quello che sta succedendo tra Mosca, Kiev e Costantinopoli rischia di compromettere, più di ogni altro scenario, gli equilibri mondiali. Sono rilevanti, ovviamente, anche le acredini tra Vladimir Putin e l’Ucraina. Ma all’interno di questa complicata ragnatela geopolitica, si può fare riferimento pure al passato. 

Sta tornando in auge una vecchia tesi, quella secondo cui Joseph Ratzinger sarebbe stato accompagnato alla porta per il tramite di un ricatto internazionale. Il motivo? Per qualcuno è relativo alla presa di posizione del teologo tedesco sull’unificazione dei cattolici di Roma con gli ortodossi russi: “Pur non avendo alcuna prova – ha scritto Antonio Socci nel suo ultimo libro, che si intitola “Il segreto di Benedetto XVI” – , ho sempre pensato che Benedetto XVI sia stato indotto all’abdicazione da una macchinazione complessa, ordita da chi aveva interesse a bloccare la riconciliazione con l’ortodossia russa, pilastro religioso di un progetto di progressiva convergenza tra l’Europa continentale e Mosca”.

Una teoria sostanzialmente impossibile da dimostrare, ma che segnala, in ogni caso, la persistenza di un certo legame tra le diatribe della religione, anche quella cattolica, e le possibili declinazioni della politica internazionale. Un papa che dialoga con la Cina in funzione di una possibilità concreta per il futuro del cristianesimo non concorda con chi ritiene che il Partito comunista abbia operato una sistematica persecuzione. Un papa, e non è né il caso di quello regnante né quello dell’emerito, che sposa la causa di Kiev in funzione anti – Putin, piacerebbe di sicuro ai neo – liberal. 

La Chiesa si è di nuovo seduta al tavolo della geopolitica. Il resto dei commensali osserva interessato.

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