Mentre Giuseppe Conte arriva in Qatar per rafforzare i rapporti fra Italia e monarchia del Golfo, dalla Francia arrivano notizie che rendono il ruolo del Qatar in Europa sempre più ambiguo. Doha da anni, grazie agli ingenti introiti dell’esportazione di gas e petrolio, è impegnata nel finanziamento volto a far accrescere la sua politica del “soft power”. Dallo sport, con sponsor qatarini ben presenti in molti stadi del vecchio continente, alla finanza, passando per investimenti in importanti società e nella costruzione di infrastrutture. Ma al fianco a tutto ciò, in questa strategia si inseriscono anche finanziamenti a società culturali e ad associazioni che professano una rigida interpretazione dell’Islam. Il Qatar, infatti, al pari di altre “petromonarchie” del Golfo, è un regno wahabita. Doha però è assieme alla Turchia la prima finanziatrice dei Fratelli Musulmani.

Qatar Papers è il titolo del libro curato da due giornalisti transalpini quali Christian Chesnot e Georges Malbrunot, i quali mettono in evidenza documenti di estrema importanza da dove si evince la destinazione della pioggia di soldi riversata da Doha verso il Vecchio continente. Gli occhi sono puntati soprattutto sulla Qatar Charity: è da lì che l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani giostra i soldi che in Europa poi arrivano ad istituti culturali islamici. Sono somme grazie alle quali vengono finanziate moschee e si propaganda la visione islamica ed islamista del Qatar. Dal 2014 in poi, si legge nel libro dei due giornalisti francesi, Doha finanzia 113 progetti in Europa per un valore di 71 milioni di euro. Soldi che preoccupano e non poco i servizi di sicurezza, perché rischiano di essere una micidiale macchina di proselitismo per l’Islam più radicale.

Una buona parte di queste somme finisce in Italia. Nel nostro Paese, da nord a sud, milioni di euro vanno a finanziare istituti islamici e nuovi luoghi di culto legati inevitabilmente al piccolo ma potente Stato del Golfo Persico. In particolare, l’Italia è destinataria di 22 dei 71 milioni di euro spesi dal 2014 in poi dalla Qatar Charity,. E per questo motivo, rappresenta la fetta più alta della torta di petroldollari che Doha riversa in Europa.

Ed ecco quindi che emerge la domanda su come Roma gestisca questo rapporto privilegiato con Doha e se, soprattutto, al fianco di un bilaterale contraddistinto da investimenti economici su più fronti,vi sia anche un occhio di riguardo alla sicurezza. In poche parole, è la domanda che in Europa ed in Italia in tanti iniziano a farsi, oltre alla cura degli interessi energetici ed economici, quando i capi di governo del vecchio continente atterrano a Doha si parla anche dei petrodollari sganciati a favore della diffusione di un certo tipo di islam?

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