Oswald Spengler, Martin Heidegger, Emanuele Severino, Michel Houllebecq e Joseph Ratzinger: punti di partenza diversi, per conclusioni simili. L’Occidente, nell’analisi di questi pensatori, è destinato al tramonto, al nichilismo assoluto, alla sottomissione, alla scomparsa nel primato della tecnica o al suicidio relativista. Strade teoretiche ed argomentazioni che differiscono, per un avvenire comunque nefasto. La profezia di Benedetto XVI è nota: insistendo sull’imminente crisi della Chiesa cattolica, Ratzinger racconta in modo indiretto l’implosione dell’Europa.

L’Ecclesia, stando alla previsione di Benedetto XVI, è destinata a divenire minoritaria, con una riduzione significativa del potere e del numero dei fedeli cristiano-cattolici. La disamina del teologo tedesco è ancora oggi al centro di molte interpretazioni. Ratzinger aveva parlato per la prima volta di crisi ecclesiastica in tempi non sospetti, ossia nel 1969, con un’intervista rilasciata ad un’emittente radiofonica tedesca. Ma gli scritti ratzingeriani sono densi di analisi che riguardano il collasso della civiltà occidentale e non si concentrano solo sulla crisi che vive Santa Romana Chiesa.

Proprio i moti sessantottini, nella visione del Papa emerito, assumono un ruolo centrale: con la promozione dei “nuovi diritti” si è entrati in un’altra fase che mira comunque a scardinare la basi bioetico-antropologiche del giudaismo e del cristianesimo. Quei moti trovano oggi il loro compimento definitivo, con lo sdoganamento di leggi volte ad attaccare la famiglia naturale. Questo, almeno, non può non essere il punto di vista di un tipo credente che per semplificazione le cronache chiamano “conservatore”.

Anche la pandemia da Sars-Cov2 ha svelato come l’Occidente possa doversi confrontare con sfide inaspettate, finendo col porsi domande insolite: la querelle sul raggiungimento dell’immunità di gregge, con le polemiche che ne sono conseguite, è forse il simbolo più evidente della battaglia che si sta combattendo tra due visioni del mondo diametralmente opposte. Quella che vuole salvaguardare ad ogni costo il sistema economico-sociale e quella che ritiene gerarchicamente prioritaria la salvezza delle vite umane.

Nell’ultima opera del giornalista Giulio Meotti, un’opera centrata su Ratzinger che si intitola “L’ultimo Papa d’Occidente?“, questi afflati sulla catastrofe culturale del Vecchio continente sono spiegati con dovizia di particolari. Nel libro viene posto l’accento su questa capacità previsionale di Benedetto XVI, che non si è limitato ad una fotografia del momento ma che ha anche preso posizioni prospettiche non ritenute ammissibili dal politicamente corretto.

Alcuni passaggi centrali della fatica di Giulio Meotti sono stati citati sul blog di Marco Tosatti. Molto prima di essere eletto sul soglio di Pietro Ratzinger annotava quanto segue: “Si è trovato di continuo qualche sotterfugio per potersi ritirare. Ma è quasi impossibile sottrarsi al timore di essere a poco a poco sospinti nel vuoto e che arriverà il momento in cui non avremo più nulla da difendere e nulla dietro cui trincerarci”. L’imputata, ancora una volta, è la civiltà occidentale, che ha deciso di suicidarsi sposando la dittatura del relativismo.

Oggi le tesi di Ratzinger riemergono quasi in maniera esasperata: chi pensa che l‘Europa abbia ancora qualche chance di salvezza, si ancora al “diritto a non emigrare”, al valore che Ratzinger attribuiva alle mura, quindi ai confini, alla persistenza della negazione di un diritto all’aborto, di un diritto all’eutanasia e di un diritto all’eugenetica, sino alle parole che ogni tanto l’emerito sceglie di pronunciare in pubblico nonostante abbia rinunciato al papato.

La parabola ecclesiastica di Benedetto XVI diviene così una sorta di metafora di un tramonto che non riguarda la sua figura, ma quello che siamo stati e che abbiamo rappresentato, in quanto europei, sino al matrimonio col nichilismo. Anzi, la figura di Ratzinger è una delle poche, in ottica conservatrice, a potersi dire in grado di ergersi tra le rovine. Il dramma nel dramma è relativo agli avvertimenti di Benedetto XVI: non solo non sono stati ascoltati, ma sono stati direttamente rifiutati da chi gestisce i processi del mondo contemporaneo.

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