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La notizia è di quelle che agita le complesse acque europee in materia di libertà religiosa e simboli, passata in sordina per via di emergenze più stringenti, ma non certo sfuggita al ragionier Erdogan, eternamente pronto a cercar pagliuzze negli occhi altrui: lo scorso 15 luglio la Corte di Giustizia europea ha stabilito con una sentenza che i datori di lavoro del Continente possono vietare ai lavoratori di indossare qualsiasi segno visibile delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose.

Cosa dice la sentenza

La sentenza della Corte afferma che il divieto “può essere giustificato dalla necessità del datore di lavoro di presentarsi in modo neutrale ai clienti o di prevenire conflitti sociali”. Questo significa che, nel medesimo calderone possono finirci l’hijab o la kippah (con buona pace del sultano turco), le magliette di Che Guevara o una croce appesa al collo. La Corte, tuttavia, ha sottolineato che la sentenza deve anche “soddisfare una reale esigenza del datore di lavoro” e che il giudice dei singoli Stati membri può tener conto “del contesto specifico” nel loro Paese, “e, in particolare, delle condizioni nazionali più favorevoli disposizioni concernenti la tutela della libertà di religione”.

Una decisione a maglie larghe, dunque, che si mostra aperta ad un certo criterio di ragionevolezza anche se, in queste vicende, sembra davvero si vada, poi, a trattare di lana caprina: dov’è il confine tra un hijab e un ornamento per i capelli? E quello tra una maglietta stampata trendy e la propaganda politica? E ancora, quale il lime tra un gioiello da collo e un simbolo di fede? Il dibattito atavico agita l’Europa, alla ricerca di un equilibrio tra libertà religiosa e iperlaicismo giacobino.

Un caso eminentemente tedesco

Certo è che la sentenza, seppur nata a proposito di un hijab, si mantiene neutrale e generalista e non ha un humus antislamico. Il caso nasce in Germania, e vede protagoniste due donne, un’insegnante di sostegno e una cassiera, a cui è stato chiesto dai loro datori di lavoro di non indossare il velo islamico durante il lavoro. Entrambe le donne, una delle quali lavorava in un asilo nido ad Amburgo, mentre l’altra in una farmacia, non indossavano il velo quando hanno iniziato a lavorare per i rispettivi datori di lavoro. Hanno adottato l’hijab dopo essere tornate dal congedo parentale.

Secondo i documenti del tribunale, a entrambe le donne era stato comunicato che non era permesso indossare il velo. L’impiegata dell’asilo è stata sospesa due volte dopo che si è rifiutata di toglierlo, mentre l’impiegata della farmacia è stata trasferita in un posto meno visibile, dove non ha dovuto interagire molto con i clienti. Il tribunale ha affermato che le politiche aziendali che vietano ai lavoratori di indossare “forme visibili di espressione di convinzioni politiche, filosofiche o religiose sul posto di lavoro” non si qualificano come discriminazione diretta fintanto che le stesse regole si applicano ai simboli religiosi e agli abiti tra le fedi. In entrambi i casi, i tribunali tedeschi dovranno finalmente decidere se le donne sono state discriminate.

La sentenza ha come suo terreno di cultura, inevitabilmente, la Germania dei nostri giorni. Nella terra della riforma protestante, prima, e dell’ Opium des Volks, poi, si contano oggi circa 5 milioni di musulmani che li rende la più grande minoranza religiosa del Paese. Circa un milione ha il doppio passaporto, e voterà il prossimo 26 settembre. Questo genera una faglia, che è culturale e politica, dove si rinegoziano e definiscono abitudini, limiti, convivenze. In mezzo a questo grande crogiolo c’è la lotta all’estremismo, contro cui Berlino schiera nuove norme sulla laicità o il progetto di una scuola di imam tedeschi (per non importarli). Il problema non è tanto la comunità turca, tendenzialmente integrata in un flirt costante con la democrazia tedesca, ma i gruppi giunti negli ultimi cinque anni che si mostrano insofferenti alle regole europee.

Appare dunque scontato che, in Europa, questi riadattamenti culturali e politici avvengano, spesso in maniera tumultuosa lì dove il multiculturalismo si è realizzato in maniera più evidente: Francia e Germania in primis. Nella terra di Frau Merkel, ogni anno, crescono i luoghi di culto islamici così come l’emorragia di fedeli da Lutero verso Maometto. Così come lo choc culturale è comprensibile, lo sono certi riadattamenti “pratici” purché sensati e non iconoclasti. La corte, infatti, ha stabilito che i datori di lavoro devono dimostrare una “vera esigenza” per il divieto – questo potrebbe essere il “legittimo desiderio” dei clienti, o per presentare un'”immagine neutrale nei confronti dei clienti o per prevenire controversie sociali”. Tuttavia, tale giustificazione deve corrispondere ad un’esigenza effettiva del datore di lavoro e, nel conciliare i diritti e gli interessi in questione, i giudici nazionali possono tener conto del contesto specifico del loro Stato membro e, in particolare, delle condizioni nazionali più favorevoli disposizioni sulla protezione della libertà di religione, ha affermato il tribunale.

Ergo, la sentenza non è un’accetta senza appello: un criterio per giustificare il divieto potrebbe, ad esempio, essere “legittime aspettative di clienti e utenti” per la neutralità, soprattutto nel campo dell’istruzione, dove i genitori potrebbero desiderare che i loro figli siano controllati da persone le cui convinzioni religiose non sono visibili. Il datore di lavoro deve inoltre dimostrare che la mancata applicazione di tale divieto potrebbe nuocere alle sue attività. Infine, afferma che gli Stati membri possono tenere conto delle disposizioni nazionali nell’esaminare l’opportunità di tali divieti e limitare le restrizioni alle libertà allo stretto necessario. In ultima analisi, inoltre, non si può dimenticare che queste norme devono contemplare anche il fatto di colpire, prevalentemente, le donne, spesso oggetto di costrizione nell’indossare segni e simboli: l’Europa su questo deve vigilare, affinché le norme sulla laicità (presenti a vario titolo nei 27 Stati) e i diritti dei datori di lavoro (grandi aziende, settore pubblico, istruzione) non si traducano in una crociata ottusa e controproducente.

L’ipocrisia europea

Sebbene la sentenza abbia un sostrato tendenzialmente generalista, non si può negare che molti di questi provvedimenti, in Europa, nascano in risposta all’allargarsi dello spazio islamico nel Vecchio Continente. Sebbene numerose norme e provvedimenti stringenti, si veda il caso della Francia di Macron, nascano dal trauma post-11 settembre e dai numerosi attacchi islamisti verificatisi nel cuore d’Europa, molti di essi nascondono un’ipocrisia di fondo: quella di combattere il simbolo al posto del problema.

Metter mano a veli e icone varie senza avere il coraggio di invischiarsi in fenomeni più complessi e dolorosi rischia di esporre l’Europa intera a ripetute accuse di islamofobia. Il problema numero uno da trattare sono le zone grigie nelle quali la sedicente Europa del sogno ha fallito e si nasconde dietro il politicamente corretto: le periferie abbandonate, le banlieue terre di nessuno, l’abbandono scolastico, le prevaricazioni sulle giovanissime, le predicazioni criminali in garage polverosi. È lì che l’Europa getta la spugna, decide di non agire, di non immischiarsi, di girare la testa altrove lasciando zone franche qui e lì, nell’illusione di utilizzarle come camere di decompressione. L’effetto ottenuto è opposto: lì prolifera il risentimento che lascia terreno fertile a ogni tipo di radicalizzazione criminale e religiosa con cui una giovane commessa in hijab ha davvero poco a che fare.

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