In Italia era da poco passata l’ora di pranzo. Giovanna Botteri, da un balcone dell’Hotel Palestine, chiede la linea mentre era ancora in corso il Tg3 perché nota alcuni movimenti all’interno del centro di Baghdad. Erano i primi carri armati statunitensi che entravano nella capitale irachena. Da lì a breve viene abbattuta la statua che raffigurava Saddam Hussein e da quel momento cessa l’era del Raìs. Forse è questa l’ultima vera immagine proiettata dall’Iraq nel resto del mondo. È il 9 aprile 2003 e da allora sono passati 18 anni. Il dopoguerra per il Paese arabo è un continuo stillicidio di altre guerre e altre cruente battaglie. Forse anche per questo motivo, fino alla visita di Papa Francesco dei giorni scorsi il mondo ha considerato l’Iraq come una macchia anonima della carta geografica. Nessuno infatti, tra leader e capi di governo, si è trattenuto dal 2003 in poi per più di qualche ora all’interno del territorio iracheno. E nessuno ha potuto osservare in diretta immagini provenienti dal cuore del Paese mediorientale.

Il significato della visita del Papa

Va riconosciuto a papa Francesco il merito di aver voluto insistere nell’organizzare il viaggio apostolico in Iraq. Nessuno forse, senza essere animato dalla convinzione dell’importanza di una simile trasferta, si sarebbe avventurato in un periodo del genere fin laggiù. Recarsi in Iraq ha voluto dire esporsi a precarie condizioni di sicurezza e al rischio coronavirus. Il Pontefice era però ben consapevole del significato che avrebbero assunto le immagini delle cerimonie e degli incontri fatti lì dove fino a pochi anni fa regnava il terrore dell’Isis. Ma, cosa forse ancora più importante, la presenza del Papa ha riportato il mondo in Iraq. La messa celebrata domenica ad Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, è stata trasmessa da più di cinquanta televisioni internazionali, in Italia anche alcune reti nazionali hanno modificato i propri palinsesti per seguire l’atto conclusivo della visita apostolica. L’opinione pubblica ha quindi potuto osservare da vicino cosa sta accadendo all’interno del Paese, si è potuta rendere conto che l’Iraq non è più soltanto quell’indicazione geografica capace di richiamare i ricordi delle guerre delle scorse decadi (Guarda il reportage di Fausto Biloslavo).

Così come l’Iraq non è più solamente nelle immagini di una Baghdad senza le statue di Saddam e con i carri armati statunitensi circolanti all’interno delle sue strade principali. Adesso è anche nella visione di una Mosul ridotta in cumuli di macerie dall’Isis, con le principali chiese cristiane profanate e distrutte dalla furia jihadista. Ed è anche nella speranza di una Qaraqosh, la cui cattedrale è stata ricostruita dopo che i terroristi nel 2014 l’avevano trasformata in carcere e poligono di tiro. Sono questi tutti luoghi in cui il Papa si è recato, portando con sé telecamere e riflettori. L’Iraq non è quindi più un enigma, perché per tre giorni non è stato più solo un Paese lontano rievocante guerre lontane. Si è potuto osservarlo nella sua quotidianità, nelle sue sofferenze e nelle sue speranze. In poche parole, dopo quasi 20 anni l’Iraq si è potuto vedere nella sua realtà.

Come cambierà l’Iraq?

Oltre all’aspetto mediatico, occorrerà capire cosa resterà sul fronte politico e sociale della visita di Papa Francesco. Caduto Saddam, il primo vero problema del Paese è stato rappresentato dalle divisioni settoriali e dall’avanzata delle ideologie fondamentaliste. Sciiti contro sunniti, terroristi contro cristiani, musulmani contro minoranze etniche e religiose, governo centrale contro autorità autonome curde. In Iraq ciascuna comunità si è chiusa in sé stessa, tra rivalse, estremismi, egoismi e violenze. In pochi hanno lavorato per ricucire atavici strappi e ridare un senso ai richiami alla comune identità nazionale. Il Papa nella sua visita ha incontrato le comunità cristiane falcidiate e perseguitate dall’Isis, ma ha anche incontrato i principali leader politici e religiosi di tutte le varie componenti della società irachena. Un segnale preciso del messaggio che ha voluto lasciare prima di rientrare a Roma, puntato soprattutto sulla necessità futura di un ritorno al dialogo e alla riconciliazione.

Saprà l’Iraq cogliere questo messaggio? É possibile vedere nella visita di Bergoglio un nuovo punto di ripartenza del Paese? Soltanto il tempo potrà dare indicazioni in tal senso. Spetterà ai tanti giovani che popolano questo martoriato territorio smarcarsi da quanto fatto dalle precedenti generazioni. Ripartendo da quel senso di sdegno e stanchezza per quanto vissuto fino ad oggi.