Il libro più diffuso nella storia dell’umanità, la Bibbia, potrebbe diventare una vittima collaterale della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Con l’eventuale introduzione dei dazi imposti da Trump del 25% su un valore aggiuntivo di beni cinesi per 300 miliardi di dollari, i testi sacri potrebbero diventare sempre più costosi. Questi, infatti, vengono stampati su una carta speciale, detta India, che viene prodotta in Cina, e che per questa ragione stampa oltre 150 milioni di copie della Bibbia ogni anno. Lo stesso vale per le copertine in pelle, i rilegati, le pagine a colori e gli inserti speciali.

L’aumento del costo della carta renderebbe la Bibbia più costosa per i consumatori ma soprattutto quasi inaccessibile per molte organizzazioni cristiane degli Stati Uniti che nel loro sforzo di evangelizzazione la diffondono gratis come parte del loro ministero. “Riteniamo che l’amministrazione Trump non sia a conoscenza dell’impatto negativo che questi tassi proposti potrebbero avere sull’industria editoriale in generale e che non abbia mai inteso imporre una ‘Imposta biblica’ ai consumatori e alle organizzazioni religiose”, ha dichiarato Mark Schoenwald, presidente di HarperCollins Christian Publishing, in una nota scritta.

I due maggiori editori biblici a stelle e strisce, Zondervan e Thomas Nelson, sono di proprietà di HarperCollins, e sostengono quasi il 75% delle loro spese di produzione biblica in Cina. Insieme, controllano il 38% del mercato biblico americano, la cui dimensione è difficile da quantificare con esattezza ma secondo un portavoce di HarperCollins riguarderebbe circa 20 milioni di copie vendute negli Usa ogni anno.

In ogni caso, unità più unità meno, si può affermare con assoluta certezza che la Bibbia sia per distacco il libro più venduto d’America. In confronto, il best seller nel 2018, Becoming di Michelle Obama, ha venduto “appena” 3,5 milioni di copie. Se è vero che tutti i libri risentirebbero di aumenti sensibili dei prezzi, è altresì vero che proprio la Bibbia e i libri per bambini subirebbero un danno maggiore rispetto agli altri generi letterari, poiché hanno bisogno di rispettare dei requisiti di stampa che solo le tipografie cinesi riescono ormai a soddisfare. Del resto, la delocalizzazione degli impianti di stampa della Bibbia all’estero ebbe inizio oltre 10 anni fa, e nel corso del tempo praticamente tutta la filiera è stata impostata su questo parametro di riferimento. Ed è anche uno dei motivi per cui la Cina è diventata la più grande editrice biblica del mondo già nel 2012.

Oltre a rendere complicata l’opera di diffusione della Bibbia, una ricaduta del genere sarebbe ingiusta anche in linea di principio. I critici fanno notare infatti come storicamente i libri siano da sempre esclusi dalle normative fiscali standard e soprattutto che le tariffe immaginate da Trump sui prodotti cinesi dovrebbero servire a mettere al riparo le aziende americane dal rischio che i competitor asiatici possano acquisire tecnologia americana, segreti commerciali e proprietà intellettuale.

La stampa di libri, tuttavia, non richiede l’applicazione di una tecnologia particolarmente avveniristica o un know-how a rischio di appropriazione indebita, e dunque rischierebbe di essere a tutti gli effetti un danno collaterale inutile o addirittura un boomerang politico. Trump, in fin dei conti, si è sempre definito un “difensore dei cristiani” e lo scorso anno ha firmato l’Iraq and Syria Genocide Relief and Accountability Act (HR390), la legge che impegna ufficialmente il governo degli Stati Uniti a fornire assistenza umanitaria e non solo a cristiani e yazidi del Medio Oriente, rappresentati come vittime di un “genocidio” che sarebbe stato perpetrato ai loro danni in anni recenti dalle reti jihadiste in Siria e Iraq.