Per il Montenegro il 2019 si conclude all’insegna delle proteste popolari dopo che il Parlamento ha approvato la controversa legge, fortemente voluta dal partito di governo, che pone le basi per l’espropriazione dei patrimoni immobiliari delle comunità religiose incapaci di dimostrare la titolarità dei diritti dei proprietà prima del 1918, ossia l’anno della nascita del regno dei serbi, dei croati e degli sloveni.

Sebbene la legge abbia una valenza generale, è stato chiaro fin da subito che l’obiettivo del governo fosse l’indebolimento della chiesa ortodossa serba, che è seguita dalla maggioranza della popolazione, accusata di esercitare un astro negativo sui fedeli e di essere sostanzialmente una longa manus dell’asse Mosca-Belgrado.

Cosa succede adesso

I socialisti di Dusko Markovic non hanno mai nascosto gli obiettivi della loro agenda politica: finalizzare l’inglobamento del Montenegro nell’orbita euroamericana, ridurre al massimo il grado di influenza esercitato da Serbia e Russia nella società e nella sfera culturale, l’Occidente come punto di arrivo definitivo. Coerentemente con queste finalità, il governo ha concluso il percorso d’accesso all’Alleanza Atlantica, avviato una piccola corsa agli armamenti per modernizzare le forze armate, e preparato il terreno per minare l’autorità dell’istituzione più antica e popolare della nazione, la chiesa ortodossa.

Il primo passo, quello della legge, consentirà di porre sotto controllo statale una significativa parte dei monasteri, delle chiese, di luoghi di culto e di altri immobili, attualmente di proprietà della chiesa ortodossa, e di richiedere il pagamento dell’affitto, se utilizzati per fini religiosi. In questo modo si indebolirà fortemente l’istituzione-chiesa dal punto di vista economico, poiché fondata sulle donazioni volontarie di fedeli ed altre entità e perciò basata su un bilancio già essenzialmente ristretto.

Il secondo passo, la cui fattibilità è molto più complicata, è quello della creazione di una chiesa ortodossa montenegrina indipendente. Il governo ed una piccola parte del clero, insofferente verso l’autorità di Belgrado, hanno già avanzato a Costantinopoli la richiesta per l’autocefalia che, però, è stata declinata dal patriarca Andrea. Questa chiesa, comunque, già esiste, avendo proclamato la propria nascita unilaterale nel 1993, ma non gode di alcun riconoscimento da parte delle altre chiese ortodosse ed è seguita da una sparuta minoranza della popolazione.

Sul riposizionamento del patriarca, colui che ha sancito l’avvio della balcanizzazione della cristianità orientale benedicendo l’emancipazione della chiesa ortodossa ucraina da Mosca, ha giocato un ruolo fondamentale Papa Francesco, la cui agenda ecumenica si scontra apertamente con i piani di Washington di un “mondo ortodosso in frantumi“.

La chiesa ortodossa serba gode di un forte sostegno da parte della popolazione, e l’approvazione della legge è avvenuta sullo sfondo di scontri e tafferugli, anche all’interno dello stesso parlamento. Il rischio, anche alla luce dei caratteri che sta assumendo la mobilitazione, è che un eventuale inasprimento dell’agenda religiosa del governo possa riaccendere vecchie tensioni e polarizzare ulteriormente una società già divisa, infiammando al tempo stesso il resto dei Balcani.

Verso una nuova ortodossia

In Europa occidentale la religione riveste un peso sempre minore e in diversi paesi l’avvento di società post-cristiane è, già oggi, una realtà. Ma nei Balcani il cristianesimo continua a rivestire, nonostante la secolarizzazione e l’occidentalizzazione, delle importanti funzioni a livello sociale, culturale e politico. L’ortodossia è un collante, un elemento che unisce i popoli slavi laddove la politica li divide, ed è anche un importante componente dell’identità nazionale. Frammentare questo equilibrio millenario per mezzo della creazione di tante, piccole chiese nazionali, dotate di autocefalia, renderà più facile agli stati manipolarle e strumentalizzarle, perché la loro sopravvivenza dipenderà dal legame intrattenuto con i governanti di turno.

Dall’Ucraina al Montenegro, e sullo sfondo delle crescenti velleità di autocefalia macedoni, la balcanizzazione del mondo ortodosso è funzionale alla promozione dell’agenda occidentale antirussa, che è naturalmente e conseguentemente anche antiserba. I nuovi equilibri di potere nell’area balcanica non si scriveranno semplicemente attraverso rivoluzioni colorate, prove di forza e conflitti per procura, ma anche e soprattutto nelle chiese, che passeranno dall’essere custodi dell’antico connubio slavo-ortodosso a megafoni dei valori e della visione del mondo occidentale.

In questa visione, Russia e Serbia non sono più dei punti di riferimento fondamentali per il panslavismo e per la difesa delle società dal nichilismo, dal relativismo culturale e dall’appiattimento delle identità causato dalla globalizzazione e dal cosmopolitismo, ma sono dei nemici da combattere perché guidati da pericolose ambizioni egemoniche regionali e sull’Occidente, che è il nuovo protettore dei popoli slavi ed anche un modello da seguire, un capolinea da raggiungere inevitabilmente.

Gli altri eventi

La chiesa ortodossa bulgara sarebbe prossima a concedere il riconoscimento alla neonata sorella ucraina, e neanche l’arrivo a Sofia del Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie, Cirillo I, a fine novembre, sembra aver dissuaso le alte gerarchie ecclesiastiche, le quali vorrebbero ridurre l’influenza russa sui Balcani per aumentare la propria.

Il 27 dicembre la chiesa ortodossa russa ha rotto i legami con il patriarcato greco-ortodosso di Alessandria e di tutta l’Africa, dopo che quest’ultimo ha riconosciuto l’autocefalia di Kyev da Mosca.

Questi due fatti, che si sommano al fermento che sta scuotendo il Montenegro, confermano la direzione verso la quale si sta dirigendo il mondo ortodosso: una divisione in due blocchi di polarità, uno solido, unito e ruotante attorno alla Russia, e l’altro disunito, frammentato in una serie di autocefalie e in balìa dell’agenda dei governanti di turno e della visione di lungo termine che l’Occidente ha per i Balcani.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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