La Cina ha approvato un piano quinquennale mirato alla “sinizzazione” dell’islam. Secondo quanto riferito dal quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese Global Times, in occasione di un incontro con i rappresentanti di otto associazioni islamiche, il governo avrebbe stabilito di “guidare l’islam, al fine di renderlo compatibile con il socialismo”, dando attuazione a “misure per la “sinizzazione” della religione”. Si tratterebbe per il governo di “un atto importante, volto a sperimentare nuovi metodi per governare la religione nei Paesi moderni”.
Sempre secondo il Global Times, la decisione di Pechino di “sinizzare” l’islam sarebbe dovuta alla constatazione che nel mondo è in atto un “risveglio” della religione. In una società secolare, quale è quella degli Stati moderni, questo risveglio starebbe causando conflitti sociali, minacciando la natura stessa di queste società. Il fondamentalismo avrebbe incentivato la violenza religiosa e il nazionalismo religioso la rivolta sociale verso i governi legittimi dei Paesi, portando all’instabilità generale. In questo contesto, dunque, “governare la religione” costituirebbe una sfida comune ai Paesi moderni. In particolare, il programma di “sinizzazione” dell’Islam cinese avrebbe l’obiettivo di trovare la governance più corrispondente ai costumi cinesi.
Le accuse di totalitarismo e pulizia etnica
La politica di “sinizzazione” adottata dalla Cina nei confronti delle religioni presenti sul proprio territorio nazionale è stata aspramente criticata dalle organizzazioni umanitarie e non solo. Secondo quanto riferito dal quotidiano qatariota Al-Jazeera, il presidente cinese Xi Jinping avrebbe ridotto la libertà delle comunità religiose presenti in Cina. La pratica della religione islamica sarebbe stata vietata in alcune zone della Cina e coloro che vengono colti in flagrante nell’atto di pregare, di digiunare, di farsi crescere la barba o di indossare l’hijab verrebbero minacciati di arresto.
Il 10 agosto 2018, la vicepresidente del comitato anti-discriminazione delle Nazioni unite, McDougall, aveva rivelato che più di un milione di musulmani uiguri sarebbero stati detenuti in “centri di contro-estremismo” cinesi. McDougall aveva aggiunto che questa pratica aveva “trasformato la regione autonoma uigura dello Xinjiang in qualcosa che assomiglia a un enorme campo di internamento di massa, coperto con segretezza, una sorta di area senza diritti”. A questi numeri si sarebbero dovuti aggiungere “altri 2 milioni di persone imprigionate all’interno dei cosiddetti campi di ri-educazione per l’indottrinamento politico e culturale”.
Il punto di vista cinese
Da parte sua, la Cina ha respinto le accuse di pulizia etnica, affermando che la regione autonoma uigura di Xinjiang starebbe fronteggiando una grave minaccia da parte dei separatisti e dei ribelli, che programmano attacchi e accrescono le tensioni tra i cinesi Han, la maggioranza della popolazione, e la minoranza uigura, per la maggior parte di religione musulmana.
In merito alle accuse di totalitarismo, che le sono state rivolte in seguito all’adozione del piano quinquennale di “sinizzazione” dell’islam e, più in generale, delle religioni presenti sul territorio nazionale, Pechino ha dichiarato di stare proteggendo la religione e la cultura delle minoranze. La Cina ha anche affermato che le sue politiche di gestione delle religioni starebbero dando risultati soddisfacenti, migliori rispetto a quelle adottate dai Paesi occidentali. Un esempio sarebbe proprio la regione autonoma uigura di Xinjiang, nella quale “l’estremismo religioso è stato efficacemente affrontato e, alla fine, sono stati riportati la pace e l’ordine”.
Parlando nello specifico della politica sulla “sinizzazione” dell’islam, Pechino ha dichiarato che “la de-estremizzazione e la libertà di religione sono concetti completamente diversi e che la l’islam e la società socialista non sono incompatibili”. In questo senso, il giro di vite sull’estremismo e la guida delle religioni affinché diventino compatibili con il socialismo non sarebbero una violazione della libertà religiosa, ma il contrario: la Cina intenderebbe assicurarsi che un maggior numero di persone possa godere della libertà religiosa in un modo “normale”.
In Cina il medesimo atteggiamento, definito “governance religiosa”, non viene applicato soltanto alla religione islamica, ma a tutte le fedi presenti nel Paese. La decisione sull’islam è in linea con una più ampia politica di “sinizzazione” delle religioni già intrapresa da Pechino in occasione della Conferenza nazionale sul lavoro religioso del 23 aprile 2016. Durante l’incontro, il presidente cinese Xi Jinping aveva dichiarato che i gruppi religiosi avrebbero dovuto aderire alla leadership del Partito Comunista Cinese e “uniformare le dottrine religiose alla cultura cinese, rispettando le leggi e le norme cinesi”.



