La Cina è uno Stato grande quanto un continente che ospita 56 etnie ufficialmente riconosciute dalla Costituzione. Oltre agli han, che rappresentano circa il 92% della popolazione cinese, troviamo anche una decina di gruppi etnici minoritari prevalentemente musulmani. I più numerosi sono gli Hui, che un censimento del 2011 quantificava in 9,8 milioni di individui; a seguire troviamo gli uiguri, costituiti da 8,4 milioni di persone situate per lo più nello Xinjiang, regione autonoma passata alle recenti cronache per la dura repressione di Pechino a danno proprio di questa minoranza turcofona e musulmana. Completano la lista i Kazaki cinesi (1,25 milioni), i Dongziang (poco più di 500 mila), i kirghizi, i tagiki e gli uzbeki di origine cinese, i Salar, i Bonan e i Tatari. Ebbene, secondo quanto riportato dal New York Times, la Cina avrebbe avviato una campagna di repressione totale per cancellare la loro cultura religiosa.

Non solo lo Xinjiang e gli uiguri

La repressione uigura è solo la punta dell’iceberg. Nel nord-ovest della Cina il governo sta cercando in tutti i modi di sradicare ogni simbolo che possa essere collegato alla fede islamica. Le autorità hanno distrutto minareti, cupole e moschee, ed è stata presa di mira anche la città di Linxia, una città situata nella provincia del Gansu e soprannominata “la Mecca cinese” a causa della prevaricante presenza degli Hui. L’azione del governo è estesa e ha riguardato anche le aree della Mongolia Interna, dello Henan e persino del Ningxia, considerata la patria per eccellenza dei suddetti Hui. Nello Yunnan sono state chiuse tre moschee, e a Pechino, così come in gran parte del Paese, i funzionari hanno proibito l’uso pubblico della scrittura araba. Quella in corso in questi mesi è considerata la più radicale campagna repressiva portata avanti dal Partito comunista cinese (Pcc) dopo anni di relativa tranquillità.

L’islam nel mirino

Quanto fatto dalla Cina nello Xinjiang con gli uiguri, avvisa l’Economist, potrebbe presto diffondersi nel resto della Cina e coinvolgere anche le altre etnie. Il governo cinese ha paura che i cittadini musulmani possano abbracciare da un momento all’altro l’estremismo religioso e creare quindi crepe potenzialmente dannose per il dominio del Pcc sull’intero Paese. D’altronde Xi Jinping è stato chiarissimo: il presidente cinese ha più volte sottolineato come tutti gli ambiti della vita quotidiana debbano sottostare all’ideologia del partito unico. Nella Cina odierna non c’è spazio per altri credo che possano mettere in discussione i valori promulgati dal Pcc. La campagna di sinizzazione dell’islam ha già portato le prime conseguenze tangibili e visibili. Ad esempio sempre più moschee autorizzate dallo Stato assomigliano ad antichi templi cinesi piuttosto che a luoghi di preghiera arabi: scordatevi mezzelune e cupole, perché al loro posto troverete pagode e tetti spioventi. Numerosi esperti sono concordi nel considerare la Cina “il principale fornitore di ideologia d’odio anti islamico al mondo”.

Il pugno duro di Xi

Al momento la Cina ospita circa 23 milioni di musulmani, cioè una piccolissima minoranza della popolazione complessiva che conta quasi 1,4 miliardi di persone. I primi segnali di allarme per l’islam sono arrivati nel 2015, quando Xi iniziò a parlare dell’esigenza di sinizzare le religioni per renderle subordinate alla cultura cinese e al Pcc. Un anno fa il governo cinese ha emesso una direttiva riservata che ordinava ai funzionari locali di impedire all’islam di interferire con la vita secolare e le funzioni dello Stato. Gli Hui e le altre minoranze etniche prevalentemente musulmane non hanno ancora assaggiato le stesse misure politiche capitate agli uiguri. Ma in silenzio iniziano già a tremare.

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