La Cina e il Vaticano proseguono il dialogo ed estendono, per la terza volta, l’accordo sulla nomina dei vescovi che ha rappresentato la prima, iniziale forma di convergenza diplomatica tra Santa Sede e Repubblica Popolare. L’accordo, con cui la Cina riconosce l’ultima parola del Papa sulla nomina dei vescovi e l’Oltretevere sana, invece, le posizioni dei vescovi scelti in passato dal Partito Comunista Cinese, risale al 2018 e dopo due estensioni biennali avrà ora durata quadriennale.
Il dialogo tra Cina e Vaticano
In prospettiva la Cina e il Vaticano arriveranno a una durata decennale del rapporto sui vescovi, ritenuto preliminare a una possibile estensione delle prospettive diplomatiche bilaterali. Tra la Città Proibita e il Palazzo Apostolico non intercorrono relazioni ufficiali dagli Anni Cinquanta: formalmente, il Vaticano riconosce Taiwan come unica legittima rappresentante della diplomazia cinese nel mondo e il sogno politico di Papa Francesco, quello di un incontro tra la superpotenza cinese e quella spirituale della Chiesa Cattolica, sembra destinato a non realizzarsi nell’orizzonte del suo pontificato.
Ciononostante, un dialogo esiste ed è profondo. Santa Sede e Cina hanno un comune interesse a trovare un terreno di confronto: papa Francesco desidera la piena proiezione ecumenica della Chiesa Cattolica e della sua diplomazia. La Cina, in quest’ottica, rappresenta un ricco “mercato” di anime, ad oggi abitato solo da 10-12 milioni di fedeli. Nella visione di Jorge Mario Bergoglio si inserisce nel quadro di quelle possibili periferie vive della fede in cui rivitalizzare lo spirito ritenuto declinante in Europa. E non solo. In virtù dell’attenzione di Francesco per l’Asia e dell’attività cinese in Africa, una sintonia sino-vaticana può creare convergenze e un comune impegno in queste aree critiche per i fedeli e per la geopolitica globale.
Alla Cina preme soprattutto dialogare col Vaticano nel nome della transizione multipolare delle relazioni internazionali, avere nell’Oltretevere un partner religioso, politico e diplomatico con cui arrivare direttamente al cuore delle grandi questioni globali, mostrare che la spinta alla rottura tra Occidente e Cina operata dagli Stati Uniti non ha spiazzato Pechino.
Le ombre sull’accordo
La sintonia continua. Perché diventi pienamente concordia, però, ci vorrà tempo. E questo per almeno tre ordini di motivi, rubricabili a altrettante ombre sugli accordi. In primo luogo, c’è da registrare il fatto che la diplomazia del Vaticano, guidata dal Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, non sembra disposta a abbracciare la One China Policy teorizzata da Pechino, secondo cui il riconoscimento ufficiale della Repubblica Popolare Cinese impone automaticamente il disconoscimento della Repubblica di Cina (Taiwan).
In secondo luogo, c’è un dato politico legato alla chiusura graduale della Cina a molti rapporti con l’estero che sta provocando un trinceramento nazionalista, analizzato da Catholic Pillar: il governo del presidente Xi Jinping in questi anni “si trova ad affrontare una serie di pressioni interne, tra cui una bomba demografica a orologeria ben documentata e notevoli venti contrari economici. Di fronte a notevoli disordini sociali anche per le sue politiche sulla pandemia di Covid, il presidente cinese Xi Jinping ha agito di recente per rafforzare la sua posizione di leader a vita e ha spesso utilizzato una retorica nazionalista piena di sfide, spesso rivolte alla cultura e ai valori occidentali, per fare appello alla coesione nazionale.”.
In quest’ottica, “se questa tendenza dovesse continuare nel medio termine, non è immediatamente chiaro quale spazio ci sarà per la Chiesa per promuovere la priorità assoluta, espressa da Parolin, di evangelizzare la Cina”.
Infine, c’è il nodo della provvisorietà degli accordi, che al terzo rinnovo arriveranno a una durata prevista di dieci anni senza essersi stabilizzati. Segno che il passo formale di un trattato a tutto tondo tra le due parti non è ancora pronto a essere compiuto. Lo ha ricordato un’attenta vaticanista, Maria Antonietta Calabrò, su Huffington Post, notando che non è successo quanto “preannunciato a maggio 2024 dallo stesso segretario di Stato Pietro Parolin, che si era spinto fino a prevedere l’apertura di qualcosa di simile a una Nunziatura a Pechino”. Nulla di ciò è stato, per ora, approntato. E dunque c’è la certezza che la strada del dialogo sino-vaticano sarà ancora lunga. E difficilmente sarà conclusa con Francesco regnante.