Cina, la nuova stretta del governo si abbatte sulle religioni. Secondo alcune testimonianze, Pechino avrebbe inaugurato una dura stagione di repressione religiosa. Troppa è la paura che vi possano essere disordini sociali di ogni tipo. A maggior ragione in un periodo cruciale per le ambizioni future del Dragone, sospeso tra l’egemonia globale e il rischio default. E allora tutti compatti dietro alle direttive del partito unico capitanato da Xi Jinping.

Un governo, due facce

Formalmente la Cina garantisce una certa libertà religiosa ai suoi cittadini, almeno per quel riguarda la faccia “esterna” del potere. La stessa Costituzione garantisce tale diritto, anche se poi i fedeli devono fare i conti con la faccia “interna” del partito. Pechino vuole infatti avere sempre tutto sotto controllo. Ogni fede è soffocata all’inverosimile con l’intento di scoraggiarne la pratica. Il fenomeno è tanto più diffuso quanto ci addentriamo nelle campagne cinesi, lontane dalle grandi megalopoli. È qui che la gente soffre di più la repressione religiosa. La religione è infatti considerata dai funzionari un’arma nascosta per sovvertire l’ordine politico. Una matriosca contenente l’influenza di Stati terzi.

La repressione aumenta

Una fresca testimonianza del clima che si respira in certe regioni della Cina arriva da padre Stanislaus, un sacerdote operante oltre la Muraglia. Durante il Capodanno cinese ogni famiglia è solita esporre sulla porta di casa alcune scritte augurali. C’è chi si limita ad applicare sugli stipiti proverbi confuciani e chi – i cristiani – frasi dal sapore religioso. Poche settimane fa, l’Ufficio affari religiosi ha stabilito che i secondi messaggi sono “pericolosi” e che devono essere cancellati. Eppure, strano ma vero, si è creato un dissidio tra le direttive nazionali e quelle locali. I governi locali affermavano che fosse sbagliato rimuovere i segni religiosi dalle scritte. Una schizofrenia con caratteristiche cinesi.

Pechino-Vaticano: un accordo da rivedere

D’altronde l’accordo stretto tra la Cina e il Vaticano lo scorso settembre ha lasciato in sospeso diversi nodi. Pechino riconosce il pontefice capo della Chiesa cattolica cinese. I vescovi, scelti dal partito, avranno bisogno del benestare del Papa. Però è anche vero che la Cina continua a perseguitare i sacerdoti e vescovi non ufficiali. Insomma, c’è un patto ma il Partito Comunista ha intenzione di costruire una Chiesa indipendente da ogni influenza.

La chiesa di Linfen demolita con l’esplosivo

Sempre secondo l’accusa di padre Stanislaus questo modo di agire duplice del governo cinese è figlio di una strategia. La Cina presenta al mondo un volto liberale e moderno, ma al di là della Muraglia continua a reprimere senza pietà. Prendiamo il caso della Golden Lampstand Church, una chiesa cristiana situata nella città di Linfen, nella provincia dello Shanxi. Le autorità cinesi hanno demolito la struttura con esplosivi esasperando ulteriormente le tensioni tra gruppi religiosi e Partito Comunista. Secondo il gruppo di difesa cristiano, ChinaAid, la chiesa sarebbe stata costruita grazie ai contributi lasciati dei fedeli locali, capaci di raccogliere circa 2,6 milioni di dollari. E in una delle aree più povere della Cina non è certo poco. Tutta colpa delle nuove leggi che regolano i gruppi religiosi, i quali devono sottostare ai diktat del governo cinese. Lo svolgimento di attività religiose non autorizzate saranno punite con multe fino a 300mila yan, più o meno 34mila dollari.

Anche le moschee nel mirino delle autorità

Oltre alle chiese cristiane sono finite nel mirino delle nuove disposizioni statali anche le moschee. Neppure il culto islamico è indenne dalla stretta del governo, anzi non è mai stato al sicuro soprattutto nella regione autonoma dello Xinjiang. Nella provincia del Gansu i simboli islamici sono stati tolti dalle moschee, così come nella regione autonoma del Ningxia Hui. La sinizzazione culturale della Cina non fa sconti a nessuna religione. A partire dallo scorso luglio, mezzelune, motivi arabi e scritte non cinesi non sono più visibili. Per fare un esempio ancora più calzante, l’ingresso in stile arabo del Parco delle tradizioni della nazione hui (minoranza etnica cinese) è stato trasformato in una tradizionale porta quadrata cinese. La moschea, invece, è stata rinominata Sala espositiva culturale Zhangjiachuan.

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