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13 marzo 2013. Era quella fase di transizione tra la laurea e il lavoro, quella in cui vidi dimettersi un Papa. E nello stesso bivio della storia vederne eleggere un altro: tre Papi nel giro di una manciata di anni. Ex studenti universitari e giovani cronisti, tutti ugualmente miscredenti, assiepati in una stanzetta tra caffè e sigarette, vedemmo passare questo anziano uomo panciuto come un’ombra misteriosa dietro le vetrate misteriose del Vaticano. E poi quel “Buonasera!” che fece esplodere Piazza San Pietro. Lo ribattezzammo “Papa Ciccio”: e così lo abbiamo chiamato fino a ieri. Dodici anni dopo, su WhatsApp e sulla soglia dei 40, ci siamo detti: “Ciccio non doveva farcelo”.

In quel “buonasera” con la b che sa di v, tipica del mondo ispanico, c’erano custoditi tutti i segreti di un Papa rivoluzionario. Più del Concilio Vaticano II, più di Giovanni Paolo II. E poi da subito fu quasi paradosso: Papa Francesco è piaciuto molto di più ai non credenti, come chi scrive, che ai cattolici rigoristi nostalgici dell’Inquisizione. Quelli che lui definiva gli “indietristi ”. I cattotalebani, insomma. Ed è proprio con gli indietristi che non ha voluto spartire né la casa tantomeno la tomba. Ma attenzione, perché qualcuno potrebbe pensare che il segreto di quest’uomo venuto dai confini del Mondo sia stato quello di “avvicinare” chi non credeva. Ebbe no: “la non fede è fede quanto la fede” diceva qualcuno. Chi sinceramente persuaso della non esistenza del Supremo, o coltivatore del sano dubbio, è rimasto delle stesse convinzioni, ma ha amato quest’uomo e la straordinaria potenza dei suoi gesti, che certi cattolici dimentichi del messaggio cristiano hanno considerato al limite del sacrilego. “Questo è pazzo”, veniva da dire con stima sincera, a ogni uscita umana, troppo umana. E piaceva così tanto che spesso anche il mondo laico e senza Dio ha preteso laicità da lui e non dallo Stato: aborto, eutanasia e via discorrendo… Signori, è stato pur sempre un Papa!

Papa Francesco è stato un uomo simpatico, nel senso greco del termine, tanto da indossare perfino il naso rosso da clown. Anche in quell’occasione gli diedero addosso. Rideva perché era una persona seria, per parafrasare Chaplin. Non ha voluto essere né intellettuale, né diplomatico, né pastore sofferente tantomeno fine teologo. Simpatia, ossia sentire pathos. Quella capacità umana di lasciarsi toccare, di sentire il pathos altrui come proprio: l’opposto dell’indifferenza. L’unico ad ammettere di non aver mai perso la fede ma di aver sperimentato il dolore di non riuscire più a sentirla in alcuni momenti. L’unico Papa ad avere molti “nemici” in comune con chi non crede, ma soprattutto privo di quel difetto di fabbrica di certi bizzochi che guardano all’ateo come un malato da curare o, peggio, come un’idiota.

Con la scomparsa di Papa Francesco si chiude una stagione della Chiesa cattolica segnata da un’apertura inedita al dialogo con il mondo contemporaneo come mai avvenuto prima. Il suo pontificato ha rappresentato molto più di un capitolo della storia ecclesiastica: è stato, per molti, un riferimento etico capace di parlare anche a chi non professava alcuna fede senza l’intento di fare proseliti. In questo, Bergoglio è stato un leader tra i più concreti ed efficaci di questo secolo. Dalla sua prima visita a Lampedusa, dove denunciò la “globalizzazione dell’indifferenza” celebrando messa tra i relitti dei migranti, al gesto rivoluzionario del lavaggio dei piedi a detenuti, migranti e perfino musulmani e induisti, Francesco ha rovesciato l’immagine di un papato austero. Ha camminato nei campi profughi di Lesbo, portando con sé in Vaticano famiglie di rifugiati siriani; ha fatto installare docce, barbieri e dormitori per i senzatetto proprio sotto il Colonnato di San Pietro; ha aperto le porte della Città del Vaticano alla vaccinazione gratuita per migranti e poveri durante la pandemia. Senza preavviso, ha visitato mense, comunità di tossicodipendenti, hospice, entrando in punta di piedi dove il dolore è quotidiano.

In un gesto senza precedenti, ha aperto la Porta Santa non in San Pietro ma nel carcere di Rebibbia, portando il Giubileo dentro le mura di una prigione. È entrato in una casa rifugio per prostitute liberate dalla tratta, ascoltandone le storie con silenzioso rispetto e condannando lo sfruttamento come crimine contro l’umanità. Ha incontrato persone transessuali, ha risposto personalmente a lettere di persone LGBT, accogliendo chi per troppo tempo si è sentito ai margini della Chiesa. “Dio ti ha fatto così e ti ama così. E il Papa ti ama così come sei”, disse a un uomo omosessuale abusato da un prete. E quando nel 2013 pronunciò la famosa frase – “Chi sono io per giudicare?” – aprì un varco nella dottrina, che culminò dieci anni dopo con l’autorizzazione alla benedizione pastorale delle coppie omosessuali. Gesti che non erano mai stati compiuti prima da un pontefice, e che hanno ridefinito i confini del papato: da sovrano spirituale a voce credibile, non solo per i credenti, ma per chiunque cercasse in lui un volto umano tra i grandi della Terra.

Se n’è andato nel giorno di quella che volgarmente chiamiamo Pasquetta, mentre eravamo tutti alle prese con la pastiera e la brace. Quasi a farlo di proposito, mentre tutti eravamo distratti dai piaceri della vita, quasi a non disturbare. E poi, una serie di disposizioni per un funerale sobrio, dall’esposizione del corpo alla sepoltura, da cristiano comune e non da sovrano. Ironia della sorte, costringerà i grandi della Terra a incontrarsi per il suo funerale, condividendo spazi, sguardi, gesti, miserie.

Il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla Mafia e poi divenuto beato, una volta disse: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili“.

“Ciccio” è stato un uomo credibile. Poi, è stato anche Papa.

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