Si racconta che il primo a chiamare Mosca come “Terza Roma” sia stato un monaco ortodosso di nome Filofej intorno al 1523 mentre esortava in una lettera il Gran Principe di Mosca a combattere l’eresia che proliferava nelle terre russe. “Tutti i regni cristiani sono giunti alla loro fine e si sono fusi nell’unico regno del nostro sovrano”, scriveva Filofej, “due Rome sono cadute, ma la terza resiste e non ve ne sarà una quarta”. Nei secoli, l’immagine di Mosca come Terza Roma è stata abilmente rimossa, anche dagli stessi russi, e la storiografia l’ha sempre marginalizzata per non esaltare eventuali ideologie legate all’espansionismo russo. C’era già il termine Zar a ricordare un legame simbolico con la Roma dei Cesari, e non c’era bisogno di dare ulteriore eco al fatto che Mosca potesse essere considerata come un nuovo impero. Infine arrivò l’Unione Sovietica, l’ateismo di Stato, e la fine di ogni ipotesi di Mosca come capitale legata simbolicamente alla città che nel tempo si era trasformata da culla dell’Impero a culla del cristianesimo.

Il Vaticano, dall’arrivo di Putin, ha intrapreso con Mosca una relazione assolutamente proficua, che nel tempo è migliorata, quasi dimenticando gli anni dello scontro fra Santa Sede e Cremlino. Il viaggio di questi giorni del Segretario di Stato Parolin in Russia è una dimostrazione perfetta di come la collaborazione fra le “due Rome” abbia raggiunto ormai livelli molto importanti. Una collaborazione che, come confermato dagli incontri di Parolin con Lavrov, Putin e il Patriarca di Mosca e di tutte le Russe, Kirill, s’incardina su tre direttrici: geopolitica, ecumenismo e tutela della minoranza cattolica in Russia. Il Vaticano è sì, il centro della cristianità cattolica, ma è anche soprattutto rappresentante di una delle confessioni religiose con più fedeli al mondo, soprattutto in territori dove i conflitti aumentano o sono già in atto, e necessitano di appoggio politico. La presenza cattolica in Venezuela e Medio Oriente non lascia dubbi sul ruolo che può avere la Santa Sede in certi scenari, e la Russia è l’unica potenza con cui il Vaticano sa di poter mediare. I rapporti tra il pontificato di Francesco e l’amministrazione Trump sono ai minimi termini, divisi da profonde divergenze culturali prima ancora che politiche, mentre tra San Pietro e Cremlino si è costruita nel tempo una fiducia basata anche sull’effettività del supporto russo alle minoranze cristiane colpite dalla guerra, così come con la difesa di modelli di vita abbandonati da tempo dall’Occidente.

“I conflitti sono talmente tanti che, come ha detto il presidente sorridendo, dovremmo stare qui fino a domani mattina per passarli tutti in rassegna”, ha raccontato Parolin dopo l’incontro a Sochi con Vladimir Putin. “È stata, comunque, ribadita la volontà da parte nostra, ma anche da parte russa, di trovare delle soluzioni negoziate e politiche e non affidate soltanto ai rapporti di forza, anche perché – ha spiegato il capo della diplomazia vaticana – una soluzione che sia solo di forza, magari sistema le cose sul momento, ma poi lascia che il fuoco covi sotto la cenere”. Parole importanti, che sembrano quasi una benedizione del Vaticano alla politica della mediazione proposta da Putin negli ultimi anni rispetto a quella più vigorosa proposta da Donald Trump con la Corea del Nord, ad esempio, ma anche con il Venezuela, con la Cina e con l’Iran. Una visione che Roma ritiene particolarmente utile nel mondo per allontanare i conflitti e che dunque comporta un allineamento di quest’ultima con la Russia e una sorta di monito all’Occidente legato agli Stati Uniti.

Unità d’intenti confermata anche dalle parole del ministro degli Esteri russo, Lavrov, il quale ha esaltato la “vicinanza di vedute sulle crisi globali” e “sui temi della pace, della giustizia sociale e i valori della famiglia”. Lavrov ha anche tenuto a dire: “Pensiamo che sia un bene che parallelamente ai legami tra i nostri Stati si sviluppi anche il dialogo tra le due Chiese”. Un segnale di come a Mosca sappiano perfettamente che i due piani di azione del Vaticano, quello ecumenico e quello politico, siano distinti ma nello stesso tempo paralleli. Esistono ancora divergenze, sia politiche che religiose, fra le due Chiese. E questo è certamente un ostacolo al fatto che Santa Sede e Cremlino operino congiuntamente. Tuttavia, i segnali inducono all’ottimismo. Entrambi gli Stati, così diversi fra loro, fanno della fede cristiana un terreno di dialogo fondamentale: per la Santa Sede è il motivo stesso della sua esistenza; per la Russia di Putin è una piattaforma culturale e sociale necessaria oltre che un fondamentale strumento politico. Il viaggio di Parolin in Russia, dopo quello delle reliquie di San Nicola, è un simbolo importante di questi due piani di azione che la Santa Sede ha messo in atto per consolidare le relazioni con Mosca.