Il 10 agosto scorso il comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della discriminazione razziale aveva diffuso un report sconcertante: almeno un milione di persone, per la maggior parte uiguri di religione musulmana e altre minoranze, erano detenuti in campi di internamento nella remota provincia dello Xinjiang. Gay McDougall, membro del comitato, aveva spiegato che l’intera provincia cinese era stata trasformata in un gigantesco campo, un’immensa “zona senza diritti”.

Quello stesso rapporto collezionava segnalazioni e materiale inviato da vari attivisti per i diritti umani, come ad esempio il gruppo Chinese Human Rights Defenders che a luglio aveva pubblicato un documento in cui si denunciava che il 21% di tutti gli arresti registrati in Cina nel 2017 erano avvenuti nello Xinjiang. Altri documenti parlavano di non più di 200mila internati, ma l’Onu ha scelto la previsione più tetra, un milione di vite internate per la sola colpa di essere di un altro gruppo etnico.

A poco più di due mesi da quel rapporto sono emerse nuove evidenze che hanno “fotografato” i campi di internamento costruiti da Pechino. Osservando attentamente le foto satellitari delle aree intorno alle città-oasi della provincia occidentale e leggendo i documenti che il governo centrale e le amministrazioni locali hanno pubblicato sui vari siti istituzionali, si trovano le prove di come la regione sia diventata una prigione a cielo aperto. Chen Quanguo, segretario del partito comunista dello Xinjiang, ha scritto, in uno dei documenti esaminati da un’inchiesta dell’Afp, che le strutture devono “insegnare come una scuola, essere gestite come una caserma e difese come una prigione”.

campi xinjiang

Cosa dicono i documenti governativi

Afp ha spulciato almeno 1.500 documenti governativi facilmente raggiungibili sui siti delle istituzioni. Si tratta di bandi di gara, bilanci e rapporti. La prima evidenza è l’atteggiamento che i vari funzionari hanno nei confronti di queste strutture. L’impostazione, come quella di Quanguo, è quella di considerarle delle prigioni. E i numeri delle forniture vanno in questa direzione. Il personale di queste “scuole”, come vengono definite dalla propaganda di Pechino, è ben fornito: hanno manganelli, manette, taser e lavorano in strutture equipaggiate con telecamere e filo spinato.

Una caso fra tutti è quello dell’area di Hotan, Xinjiang meridionale. L’amministrazione ha ordinato qualcosa come 2.768 manganelli, 550 pungoli elettrici,1.367 manette e 2.792 bombolette di spray al peperoncino. I numeri, ha scritto Afp, si riferiscono alle forniture per il 2017, che hanno visto una vera impennata nelle richieste degli operatori locali per la gestione di questi “centri per la formazione”.

Già a ridosso della pubblicazione del rapporto Onu la Repubblica popolare si era rifiutata di fornire qualsiasi tipo di commento, lasciando alla propaganda interna il compito di comunicare quello che succede da quelle parti. La tv di Stato ha mostrato spesso strutture molto simili a scuole, con studenti apparentemente felici, che si impegnano nello studiare il mandarino e sono pronti a seguire una formazione professionale. Quella stessa propaganda insiste a spiegare che i centri mirano a combattere il separatismo e l’estremismo religioso con una formazione gratuita. Da anni lo Xinjiang è una terra di confine e un luogo di scontro tra la minoranza musulmana e il governo centrale. Soprattutto alla luce di alcuni attentati che hanno colpito il Paese, come l’investimento di alcuni passanti in piazza Tiananmen nel 2014 costato la vita a due persone, e l’assalto contro la stazione di Kunming nel 2014 che provocò la morte di 31 persone.

Il boom edilizio del 2017

Secondo i vari documenti i centri aperti in tutta la provincia dovrebbero essere almeno 181. Il primo vero “centro” secondo questi criteri è stato edificato nel 2014, l’anno che ha coinciso con la nuova campagna del governo centrale per colpire il terrorismo islamico made in Xinjiang. In realtà, stando ai dati della multinazionale Gmv, che si occupa di osservazioni aerospaziali, raccolti dalla Bbc, già nel 2011 erano iniziate le prime costruzioni anche se il ritmo si è intensificato negli ultimi due anni.

Nel 2017 le amministrazioni locali hanno incrementato la costruzione delle strutture con una spesa pubblica notevole, circa tre miliardi di yuan, (432 milioni di dollari), superando di oltre il 500% la cifra messa in preventivo. Parte di quei soldi sono arrivati direttamente dalla commissione affari politici e legali del partito comunista centrale. Una volta completata la realizzazione di queste “scuole speciali” sono state varate una serie di norme che hanno inasprito le sanzioni contro l’estremismo religioso, creando di fatto i presupposti per arrestare cittadini di origine turcomanna anche per semplicissime infrazioni, come ad esempio smettere di fumare o di consumare alcolici.

Le foto satellitari smascherano Pechino

Che questi centri esistano è dimostrato anche dalle foto satellitari. E non si tratta tanto di foto segrete dei servizi, ma di immagini disponibili su Google Earth. Il caso emblematico è quello della struttura di Debancheng, una piccola cittadina a pochi chilometri dalla capitale regionale di Urumqi. Se si utilizza il temporizzatore si nota come nel luglio 2015, l’area a nord del centro abitato non mostrava praticamente alcun tipo di costruzione. Tre anni dopo, nell’aprile di quest’anno è comparsa un’immensa struttura. E sei mesi dopo un nuovo blocco ne ampliava le dimensioni, come dimostrato dalle immagini del satellite Sentinel-2 dell’Esa (l’agenzia spaziale europea), che ha fotografato l’area il 23 ottobre scorso.

camo Debancheng uno

La prima obiezione che si potrebbe avanzare riguarda la natura della struttura. Ma una visita sul luogo di un gruppo di reporter della Bbc ha tolto ogni dubbio. Come ha raccontato la stessa emittente britannica i giornalisti sono riusciti a malapena a scattare delle foto da un’auto in corsa. Si tratta di una struttura imponente di circa due chilometri di lunghezza e con almeno 16 torri di guardia. Ma ovviamente quella di Debancheng non è stata l’unico centro “catturato” dagli occhi dei satelliti.

La Bbc ha raccolto diverse testimonianze di ex detenuti usciti dai centri. Più o meno tutti i racconti si somigliano, parlano di un vero e proprio internamento con rieducazione forzata, pressioni fisiche e psicologiche e punizioni corporali. Alcuni di questi hanno fornito indicazioni utili per individuare i campi intono alla città di Hotan.

camo Debancheng due

Cosa succede dentro alle scuole

Sempre stando ai dati della Gmv forniti alla Bbc le immagini satellitari avrebbero mostrato circa 101 strutture (un’ottantina di meno rispetto a quelle scoperte dell’Afp). Anche in questo caso le foto hanno certificato un cambio di marcia notevole, con allargamenti significativi delle strutture già esistenti a partire dal 2015. Secondo una stima dello studio di architetti australiano Guymer Bailey la struttura di Debancheng potrebbe ospitare almeno 11mila persone. Un numero enorme se si considera che la prigione più grande d’Europa, il centro di Silivri in Turchia, ne può ospitare 11 mila. Caso analogo anche per l’area di Hotan. Secondo i documenti ufficiali all’inizio del 2018 l’ufficio scolastico locale ha ordinato 194mila testi scolastici in lunga cinese e 11.310 paia di scarpe. In generale le strutture disseminate lungo tutta provincia sono di vario tipo. Alcune sono state costruite da zero, mentre in altri casi si tratta di altri impianti, come scuole o palestre, riadattati per creare questi nuovi campi di rieducazione.

Ad eccezione delle rare testimonianze di chi è riuscito ad uscire, per capire cosa avviene in queste “prigioni scolastiche” bisogna affidarsi ancora una volta ai documenti ufficiali del governo di Pechino. In particolare agli internati vengono somministrate lezioni di lingua e cultura cinese con lo scopo di eradicare tutti gli aspetti culturali della minoranza. Vengono costretti a scrivere lettere di “autocritica” e a scandire slogan e canzoni del Partito comunista e a leggere testi della tradizione confuciana. Una catena di montaggio per trasformare la cultura uigura in una perfetta riproduzione degli ideali cinesi.