L’Amazzonia profonda è in fermento da quando Jair Bolsonaro si è insediato alla presidenza del Brasile, ma da inizio febbraio la situazione è precipitata e la tensione fra i popoli indigeni e le autorità è andata aumentando. La Fondazione Nazionale dell’Indio (FUNAI), l’ente governativo adibito al trattamento delle questioni indigene, è stata resettata attraverso dei cambi strumentali nei posti-chiave e l’obiettivo statutario originale, ossia la protezione delle tribù, sembra essere stato sostituito da uno nuovo: la loro conversione all’evangelicalismo.

La nomina della discordia

A inizio mese il Funai è stato scosso dall’arrivo di Ricardo Lopes Dias, un antropologo di fama nazionale con alle spalle un trascorso decennale come missionario evangelico per conto della Missão Novas Tribos do Brasil. A Dias è stata affidata la dirigenza della divisione del Funai specializzata nel trattamento delle tribù isolate, ossia mai venute a contatto con la modernità circostante, e la sua nomina aveva suscitato aspre critiche dapprima che fosse concretizzata.

I rappresentanti delle comunità native, gli antropologi indigenisti non allineati al governo, e tre ex presidenti del Funai, avevano espresso forti perplessità circa la decisione di affidare una mansione tanto importante a Dias, ritenendo che, in quanto professionista del proselitismo, avrebbe probabilmente tentato di trasformare l’ente in un appendice della lobby evangelica dedicata alla conversione delle tribù. Dias aveva negato simili accuse ma un’inchiesta di O Globo e una scoperta di The Intercept svelano gli interessi dietro la sua elezione e cosa sta accadendo nell’Amazzonia profonda.

Sullo sfondo della nomina di Dias è avvenuto un altro evento importante, collegato al ridisegnamento del Funai: la presentazione di un progetto di legge inerente la possibilità di condurre attività economiche nelle terre indigene. Il testo è, teoricamente, incostituzionale, perché mina i diritti delle tribù all’autodeterminazione, fisica e territoriale, garantiti dalla carta fondamentale, ciò nonostante è in fase di discussione.

L’invasione dei missionari in Amazzonia

La galassia evangelica è impegnata in un’opera di incessante proselitismo nelle aree più remote dell’Amazzonia sin dagli anni ’90 e, complice anche la ritirata del cattolicesimo in tutto il paese, sta ottenendo risultati impressionanti. Dal 1991 al 2018 la percentuale di indigeni appartenenti a chiese evangeliche e/o neo-pentecostali è aumentata dal 14% al 32%. Le conversioni sono propedeutiche all’allontanamento dalle tribù in favore dell’integrazione nella società brasiliana e, di conseguenza, hanno favorito lo spopolamento di interi villaggi e la nascita di divisioni settarie che non di rado sfociano in faide intestine o inter-tribali.

Dalla fine degli anni ’80 il Funai aveva intrapreso un nuovo percorso, de-ideologizzato, dedicando maggiore enfasi ai bisogni e alle volontà delle tribù, soprattutto quelle isolate, e collaborando con i governi di turno per denunciare le entità coinvolte in attività ritenute pericolose per gli indigeni. Una di queste denunce aveva colpito la Missão Novas Tribos do Brasil, che fu espulsa dalla terra della tribù Zo’é nel 1991 con accuse pesanti, come l’imposizione del cristianesimo per mezzo di conversioni forzate, abusi e negligenza nel contatto.

A quasi trent’anni di distanza dall’espulsione, l’organizzazione missionaria è tornata a fare proselitismo fra le tribù isolate, questa volta forte del supporto di un Funai rinato e infiltrato. Stando ad un’inchiesta del giornale O Globo, che sta avendo ampia diffusione nazionale, squadre di missionari hanno raggiunto 13 dei 28 popoli isolati ufficialmente censiti e stanno conducendo attività di evangelizzazione a ritmi serrati, come anche denunciato dall’Osservatorio dei Diritti Umani dei Popoli Indigeni Isolati e di Contatto Recente (OPI).

Secondo la legislazione federale l’evangelizzazione in sé non costituisce un reato, ma lo diventa nel momento in cui è di natura coercitiva e unilaterale, ossia quando avviene senza che gli indigeni abbiano prima fatto esplicita richiesta di avere dei missionari nelle loro terre. Secondo O Globo, l’invasione di predicatori che sta avendo luogo in queste settimane costituirebbe un reato, perché invasiva e iniziata senza il consenso delle tribù.

All’inchiesta di O Globo si è aggiunto anche The Intercept, che il 13 febbraio ha pubblicato alcune registrazioni che coinvolgono direttamente Dias ed un altro antropologo, Edward Mantoanelli Luz. Dagli audio emerge che la “lobby evangelica” ha esercitato incredibili pressioni affinché Dias ottenesse l’incarico prestigioso al Funai con l’obiettivo di porre fine alla linea politica che ostacola l’attività missionaria fra le tribù indigene.
Luz è una figura meno conosciuta al pubblico, ma non per questo è meno importante: è il figlio del pastore evangelico Edward Gomes da Luz, l’attuale presidente della Missão Novas Tribos do Brasil. Nel 2011 fu duramente criticato dall’opinione pubblica per aver dichiarato, in riferimento al popolo Zo’é, che “si inginocchieranno volontariamente, adorandolo, [il Dio cristiano], o si inginocchieranno obbligatoriamente, temendolo”.

Dal Brasile alla Florida

La Missão Novas Tribos do Brasil è collegata alla Ethnos360 (ex New Tribes Mission), una potente organizzazione evangelica che ha sede a Sanford, in Florida. L’organizzazione dispone di una squadra di oltre 3mila missionari, attivi in tutto il Terzo mondo, e ha affrontato diversi scandali nel corso della sua lunga storia – è stata fondata nel 1942.

In America latina, i missionari dell’organizzazione sono stati accusati di distruggere le identità di intere tribù perché, in quanto promotori di una lettura fondamentalista ed occidentalo-centrica dei testi biblici, spingono i convertiti ad abbandonare completamente i loro usi, riti, tradizioni e costumi, anche quando legati ad aspetti culturali e non specificatamente religiosi. L’opera dei missionari, che periodicamente si spostano in nuove terre, viene poi proseguita dai convertiti, ai quali viene affidata la gestione delle chiese e la conversione del resto delle tribù. Lo zelo, ai limiti del fanatismo, con il quale i nativi cristianizzati tentano di diffondere il verbo all’interno delle comunità è, a sua volta, causa di duri scontri intestini.

Ma l’organizzazione è stata travolta da accuse ben più gravi, dal coinvolgimento in crimini sessuali alla riduzione in schiavitù. Nel primo caso, ad esempio, il missionario Warren Scott Kennell è stato condannato 58 anni di reclusione per pedofilia da una corte statunitense, nel 2014, dopo esser stato scoperto con un archivio pedopornografico comprendente 940 foto di bambine indigene dall’età media di 9 anni. Gli abusi erano avvenuti principalmente in Brasile, dove Kennell lavorava dal 1995. Simili scandali sono stati registrati in altri paesi.

Sempre in Brasile, i missionari sono stati accusati di ridurre gli indigeni in schiavitù, sfruttandoli fino allo sfinimento, fino alla morte, e di non prendere le precauzioni igienico-sanitarie necessarie per il contatto con i popoli isolati. Fu proprio la morte di 37 indigeni della tribù Zo’é, ossia un quarto della popolazione totale, fra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, a spingere il Funai ad espellere l’organizzazione dalle loro terre.