Joe Biden sarà in Vaticano il 29 ottobre per il primo incontro in udienza da Papa Francesco, durante la sua visita a Roma nei giorni precedenti il G20 a guida italiana. Per il secondo presidente cattolico della storia degli Stati Uniti si tratta della prima udienza ufficiale con il pontefice dopo la sua ascesa alla Casa Bianca. E alla vigilia del G20 e del successivo Cop26 di Glasgow, in cui si discuterà di un tema caro tanto all’amministrazione Usa quanto al pontefice come la lotta ai cambiamenti climatici, la visita avrà un valore profondamente strategico. Contribuendo inoltre a rilanciare il dialogo tra quelli che Massimo Franco in un omonimo saggio definisce gli “imperi paralleli”: Vaticano e Stati Uniti.

Sembrano lontani i tempi del settembre 2020, in cui l’ex segretario di Stato Mike Pompeo fu messo all’angolo durante la sua visita in Vaticano dopo gli insistenti tentativi di convincere i cardinali Parolin e Gallagher, strateghi geopolitici di Francesco, a far recedere il Vaticano dagli accordi con la Cina. Allora Pompeo venne di fatto isolato, l’amministrazione Trump subì l’ultimo smacco internazionale prima della sconfitta elettorale di novembre e il Vaticano rilanciò la sua natura di attore guida per la transizione del sistema internazionale verso un mondo multipolare. La visita di Biden in Vaticano mira, da un lato, a riattivare un dialogo ritenuto fondamentale per Washington e, dall’altro, a sondare la Santa Sede per le future traiettorie diplomatiche della superpotenza.

In primo luogo, il messaggio ha una valenza per il fronte interno degli Stati Uniti. il cattolicesimo rappresenta oggigiorno, con 70 milioni di credenti (il 23% degli statunitensi) la seconda maggiore religione nel Paese dopo il protestantesimo e la Chiesa Cattolica romana è la più consistente istituzione ecclesiastica unitaria nel territorio americano. I cattolici Usa sono cresciuti in mezzo secolo in termini di numeri assoluti di circa il 50% e vanno concentrandosi soprattutto nelle regioni di direzione dell’emigrazione latinoamericana, dalla California alla Florida.  A tale crescita si associa un sostanziale aumento della rappresentanza cattolica nelle istituzioni e nella vita pubblica Usa, che nell’elezione di Biden ha avuto un passaggio decisivo.

In secondo luogo, Biden vuole mediare con la Santa Sede conscio della natura di attore globale del Vaticano e della mole di informazioni politico-strategiche a disposizione del Vaticano, che rende problematica l’idea di riaprire un fronte dialettico con un attore adatto a ragionare sul lungo termine e non sull’immanenza degli scenari tattici. La Santa Sede può essere un utile alleato degli Usa nel ricostruire un consenso ideale con l’Europa, un ponte indiretto di dialogo con la Russia, un attore favorevole alla distensione in Medio Oriente.

In terzo luogo, è il Papa in prima persona a volere questo faccia a faccia. Conscio che si sia aperta la fase ideale per invertire il trend della “protestantizzazione” di fette del cattolicesimo Usa, infervorata da frange anti-bergogliane della Curia (con alla testa il cardinal Burke) e sostanziatasi alle ultime elezioni presidenziali nel massiccio supporto all’agenda anti-Vaticana di Trump. I cattolici protestantizzati, schierati soprattutto a sostegno del Partito Repubblicano, non sono una realtà di nicchia, in voga nelle stanze dei bottoni e nelle alte gerarchie ecclesiastiche, essi sono nelle strade, riempiono le parrocchie, fanno attivismo e, soprattutto, contrappongono spesso Cesare a Dio. Ciò è valso sia ai tempi di Giovanni Paolo II, che si oppose alla guerra in Iraq, che a quelli di Benedetto XVI, duro critico del neoliberismo di matrice anglosassone. A maggior ragione vale ai tempi di Francesco, considerato come lontano dall’idea dominante di matrice Wasp dell’ideologia protestantizzata, fortemente individualista e basata sulle culture wars.

Il 29 ottobre andrà dunque in scena l’ennesimo capitolo di una relazione complessa, conflittuale a tratti, ma profonda e indispensabile per l’Occidente. Dal mutuo riconoscimento diplomatico dei due attori nel 1984, la relazione si è istituzionalizzata dopo quasi due secoli di alti e bassi sempre legati a relazioni informali. Da allora in avanti sono avvenuti numerosi incontri tra i Papi e i Presidenti degli Stati Uniti.  Giovanni Paolo II ebbe uno stretto rapporto con il repubblicano Ronald Reagan per il comune zelo anticomunista ma sul finire della sua vita criticò la politica globale di un altro repubblicano, George W. Bush, salvo poi trovare nella sua agenda pro-life un argine alla deriva “liberal” dello sfidante cattolico e democratico, Joe Biden, nel voto del 2004. Barack Obama ha profondamente rispettato e stimato sia Benedetto XVI che Francesco, ricevendo dal primo maggiore freddezza e dal secondo un sostegno diplomatico implicito nel dossier cubano. Biden mira a inserirsi nel solco del predecessore e a rilanciare l’indispensabilità del legame tra  Stati Uniti e Vaticano. Una relazione complessa ma decisiva, come poche al mondo. Altrimenti non può essere quando parliamo delle relazioni tra quelli che sono, in forma diversa, due imperi attenti a scrutarsi, confrontarsi e attrarsi reciprocamente.

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