Papa Francesco non soddisfa le aspettative di alcuni ambienti conservatori. È un assunto buono per l’Europa, ma soprattutto per gli Stati Uniti. Esiste un dissidio, soprattutto dottrinale ed ideologico, tra il conservatorismo tradizionalista e le priorità pastorali di questo pontificato.

Anzi, stando al libro del giornalista Nicolas Senéze, c’è qualcosa di più: un tentativo, magari un disegno neppure troppo velato, di far sì che Jorge Mario Bergoglio rinunci al soglio di Pietro o per invertire di netto la rotta intrapresa in questi sei anni e mezzo. Qualcosa che parte dagli States, ma che sfiora Visegràd, la Chiesa africana e settori ampli del cattolicesimo del Vecchio Continente.

C’è questa ventilazione, ma ce ne sono anche altre. Come quella di Padre Artur Sosa, superiore generale dei gesuiti, che all’Adnkronos ha dichiarato quanto segue: “Ci sono persone, dentro e fuori dalla Chiesa, che vorrebbero che papa Francesco desse le dimissioni, ma il pontefice non lo farà”.

Torniamo per un attimo all’opera libraria francese. L’opera è intitolata “Come l’America vuole cambiare il papato”. Senéze, che scrive sul quotidiano La Croix, ha messo insieme i fatti. Dal consiglio, per così dire, contenuto nell’ormai noto memorandum dell’ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò, quello in cui il consacrato italiano accusa il Papa di non aver tenuto conto delle sanzioni disposte da Joseph Ratzinger nei confronti di Theodore McCarrick, che è poi stato scardinalato e ridotto allo stato laicale per via delle accuse di abusi, alla disapprovazione espressa dal guru Steve Bannon: se c’è una terra in cui l’operato dell’ex arcivescovo di Buenos Aires viene messo in discussione, quella è bagnata dal Pacifico e dall’Atlantico.

Il cardinale più critico nei confronti del corso bergogliano? Raymond Leo Burke è del Wisconsin. Dicono che sia vicino a Donald Trump, ma per ora ha soprattutto alimentato il dibattito attorno alla necessità che la dottrina cattolica rimanga quella che è sempre stata. E queste sono solo premesse.

Secondo quanto riportato da IlMessaggero, i contrasti nascono per via di due priorità contenute nella piattaforma pastorale: l’ecologia integrale, che verrà rilanciata con il Sinodo sull’Amazzonia e che è stata importata con l’enciclica Laudato Sì, e la battaglia mossa contro le distorsioni del capitalismo. Il 2020 sarà anche l’anno di Assisi. Nella città umbra, il pontefice argentino ricuserà le diseguaglianze sociali, proponendo un’altra economia, la sua: “The Economy of Francesco”.

Certo è come certe multinazionali, che poggiano la loro azione sulla globalizzazione e su un mondo sempre più aperto al libero commercio, non possano condividere gli afflati di assistenzialismo e di terzomondismo. “Terra, casa, lavoro” è il trittico di questo Papa. Una parte di clero, poi, vorrebbe che la Chiesa cattolica si limitasse alla sfera spirituale. “A Cesare quel che è di Cesare”, insomma.

Bergoglio tira dritto e sigilla un’alleanza con i movimenti popolari del pianeta. Dagli indios ai migranti, passando per le comunità rom e per alcuni organizzazioni d’opposizione alle grandi opere, come i no Tav e i no Expo: sono loro gli “scartati” della contemporaneità. É in loro che le gerarchie ecclesiastiche della Chiesa cattolica confidano.

C’è una “trasformazione sociale”, com’è stata chiamata dallo stesso vescovo di Roma, da portare a dama. Esiste o no un filo rosso che collega, come un nesso di causalità, l’avversione proveniente dal conservatorismo tradizionalista, statunitense e non, e le necessità individuate dal Santo Padre per il pianeta che verrà? Questa è la domanda da porsi quando si ventila l’ipotesi di un complotto. La sensazione è che non esistano troppe evidenze.

Gli attacchi, poi, vengono portati avanti in maniera pubblica. Se esistono delle trame e delle insidie, sono abbastanza manifeste. I nomi degli oppositori di Bergoglio sono noti. Il cardinale Gherard Mueller, nel novembre del 2017, arrivò a dichiarare quanto segue: “C’è un fronte dei gruppi tradizionalisti, così come dei progressisti, che vorrebbe vedermi a capo di un movimento contro il Papa”. Tante fonti, in questi giorni, citano il cardinale Walter Kasper: pure il tedesco, che è un progressista conclamato, ha movimentato la scena vaticana, supponendo l’esistenza di un piano per arrivare a un “nuovo Conclave”.

Perché quello è l’orizzonte finale di questa traiettoria. Un altro pontefice “bergogliano” significherebbe sconfitta definitiva per il “mondo tradizionale”.

Qualche anno dopo le “dimissioni” di Benedetto XVI, i tradizionalisti di The Remnant chiesero a Donald Trump d’indagare sulle possibili pressioni di derivazione democratica. La storia delle macchinazioni statunitensi per influire sui destini del papato non è così nuova.

É il Papa, poi, ad aver traghettato la Chiesa a sinistra o gli americani che vogliono condurla a destra? É un’altra domanda valida. Il Sinodo panamazzonico di ottobre sarà una buona occasione per misurare la consistenza di un’opposizione interna. Quella esiste. Bisogna comprendere se per obiettivo ha le dimissioni del papa regnante o, in maniera banale, il ripristino di quello che, per semplificazione, chiameremo “ratzingerismo”.