Sono passati ormai sette anni dall’intronizzazione di Jorge Mario Bergoglio al soglio pontificio, il primo uomo proveniente dal Sud globale a ricoprire tale carica, l’evento spartiacque della storia recente della chiesa cattolica. Era chiaro fin da subito che la scelta fosse stata dettata da ragioni geopolitiche: è stato il fallimento del piano per la nuova evangelizzazione del Vecchio Continente elaborato dallo storico duo Wojtyła-Ratzinger all’indomani della guerra fredda a spianare la strada per il ri-direzionamento dell’agenda vaticana altrove, nel resto del mondo, nelle “periferie globali” per utilizzare un termine bergogliano.

Si era deciso di eleggere qualcuno che conoscesse da vicino le dinamiche del Sud globale, in particolare dell’America Latina, per fronteggiare la guerra delle croci in corso con l’internazionale evangelica e non perdere ulteriore terreno nel mercato delle fedi. Ma l’elezione di Francesco, per quanto sia stata fondamentale nell’espansione della sfera d’influenza vaticana nel mondo ortodosso, nel mondo islamico e in Cina, non ha sortito gli effetti sperati nel contenimento dell’avanzata protestante nell’America latina.

Cattolici: sempre meno e secolarizzati

Dal Brasile a Cuba, passando per il Venezuela, le plurisecolari roccaforti del cattolicesimo latinoamericano stanno cedendo una dopo l’altra e, adesso, sembra essere arrivato il turno della terra natale del Papa, l’Argentina.

Una recente inchiesta della Commissione episcopale per il sostegno dell’azione evangelizzatrice della chiesa cattolica argentina, che è stata anche ripresa dal Vaticano, ha fatto luce sulla situazione attuale del cattolicesimo nel paese, svelando una situazione drammatica: il cattolicesimo continua ad essere la prima religione del paese, seguita dal 70% degli intervistati, ma è afflitto da un’emorragia di consensi, fedeli e fiducia.

Soltanto il 36% di coloro che si professano cattolici contribuisce economicamente al sostentamento della chiesa, poiché la maggioranza ritiene che il finanziamento debba provenire dal Vaticano o dallo stato e che, comunque, la chiesa “ha abbastanza denaro” per auto-finanziarsi; 3 cattolici su 10 frequentano le messe in maniera regolare, ossia una volta a settimana; il 44% ha un’immagine negativa della chiesa in sé; il 50% non compra i periodici cattolici e non segue in alcun modo i canali mediatici della chiesa, e, infine, il 61% degli intervistati non è a conoscenza delle attività sociali svolte dalla chiesa, come l’aiuto ai senzatetto, alle famiglie indigenti e numerose, le comunità di recupero per i tossicodipendenti ed ex criminali.

L’inchiesta acquisisce ulteriore importanza alla luce del test che la chiesa sarà tenuta ad affrontare nelle prossime settimane, ossia il ritorno della questione aborto in sede legislativa, perché è chiaro che dal suo livello di popolarità dipende, e dipenderà, la capacità di mobilitare la società civile, di riempire le piazze. Ed è stata proprio la questione della legalizzazione dell’interruzione di gravidanza ad aver mostrato quanto la società argentina sia profondamente polarizzata, divisa in una metà saldamente contraria e una metà fermamente favorevole, e quanto la classe politica sia poco interessata all’intrattenimento di un rapporto privilegiato con la Santa Sede.

Infatti, il governo neo-peronista del presidente Alberto Fernandez condivide le posizioni etiche del predecessore, il liberale e liberista Mauricio Macri, e ha annunciato l’intenzione di terminare il lavoro iniziato da Macri, colui che ha cominciato la discussione sull’aborto, proprio all’indomani della visita effettuata in Vaticano a fine gennaio, durante la quale si è assicurato l’aiuto del Papa nella gestione della crisi economica che attanaglia il paese e che ha reso l’incubo bancarotta di nuovo realtà, come a inizio anni 2000.

L’avanzata protestante

Stando all’inchiesta della commissione episcopale, i cattolici rappresenterebbero il 70% della popolazione ma altre fonti riportano numeri largamente inferiori. Nel 2018, Latinobarometro riportava un panorama religioso diviso fra cattolici, il 63,3%, protestanti, l’11% e inaffiliati, il 24%. Al sondaggio ha fatto seguito, l’anno seguente, un‘inchiesta nazionale del CEIL-CONICET, un centro studi para-statale, che ha certificato la presenza cattolica ferma al 62,9% e quella protestante al 15,3%.

I dati differiscono, ma comunque evidenziano una realtà incontrovertibile: i cattolici stanno diminuendo, i protestanti aumentando, ed è una tendenza tanto forte da mostrare i suoi effetti su base annua. Per capire la gravità della crisi che sta affrontando la chiesa, basti pensare che nel 1960 il 90,5% della popolazione si definiva cattolico.

Le chiese protestanti, che sono essenzialmente di stampo evangelico e neo-pentecostale, hanno saputo sfruttare l’ultimo ventennio di congiunture economiche negative, realizzando un sistema sociale ricalcante il tradizionale welfare cattolico e basato su mense per i poveri, distribuzione di beni primari e secondari agli indigenti, dormitori. Secondo Ruber Proietti, leader dell’Alleanza Cristiana delle Chiese Evangeliche della Repubblica Argentina (Aciera), è stata propria la dedizione al sociale, sottratta al decadente monopolio cattolico, ad aver posto le basi per un “boom protestante”.

Nell’intera provincia di Buenos Aires, oggi, operano più di 5mila enti, centri e chiese protestanti, e l’Aciera, inoltre, offre delle stime alternative sulla demografia religiosa del paese, sostenendo che il 20% della popolazione adulta sia affiliato a chiese protestanti. La macchina di proselitismo ha iniziato a lavorare ed è altamente probabile che nei prossimi due decenni avrà luogo una rivoluzione religiosa in stile Brasile, perché come sottolinea Proietti “in ogni quartiere ormai ci sono più templi evangelici che chiese cattoliche”.